“Le donne dovrebbero mettere una canzone Disney quando si accorgono che un uomo le sta registrando con i Meta Glasses senza il loro consenso”: questo è Il consiglio che sta circolando da giorni sui social, ma a diventare virale è soprattutto la protesta delle utenti: “Apparently Disney music is more protected than women”, “a quanto pare la musica Disney è più protetta delle donne”.
Una canzone Disney a tutto volume, infatti, potrebbe rendere più difficile pubblicare o monetizzare delle immagini per il copyright riservato alla casa di produzione.
“La musica ha più privacy di noi”
È proprio questo paradosso ad aver trasformato il “metodo Disney” da semplice consiglio a forma di protesta. Sui social molte utenti non lo stanno rilanciando perché lo considerano una soluzione realmente efficace, ma per sottolineare quanto sia assurdo dover ricorrere alle regole sul copyright per tentare di ostacolare la diffusione di immagini registrate senza consenso.
In uno dei video diventati virali compare la frase: “La musica ha più privacy di noi”. In Italia, la creator Linda Rahimi ha ripreso lo stesso messaggio commentando sarcasticamente: “Quanto amo essere una donna”.

Meta Glasses, perché le canzoni Disney potrebbero disturbare i video
Il principio del cosiddetto “metodo Disney” riguarda il copyright. Se una canzone protetta viene registrata in sottofondo e finisce all’interno di un video caricato online, i sistemi automatici delle piattaforme possono riconoscerla.
Su YouTube, per esempio, Content ID può permettere al proprietario dei diritti di bloccare il filmato, monitorarlo oppure monetizzarlo al posto dell’autore. Non significa quindi che qualsiasi video contenente una canzone Disney venga automaticamente cancellato: l’esito dipende dalle decisioni del titolare dei diritti. Anche TikTok può intervenire sui contenuti che utilizzano materiale protetto senza autorizzazione.
Il metodo, inoltre, è tutt’altro che infallibile. L’audio può essere eliminato o modificato prima della pubblicazione e gli strumenti di intelligenza artificiale rendono sempre più semplice separare la voce dai rumori e dalla musica di sottofondo.
Per questo la sua diffusione racconta soprattutto un’altra storia: alcune donne stanno cercando autonomamente strumenti per ostacolare chi le filma, perché le protezioni integrate negli stessi occhiali non vengono considerate sufficienti. Il “metodo Disney” diventa così più una denuncia che una vera soluzione tecnologica.
Meta Glasses, le riprese delle donne e il fenomeno dei “pickup artist”
A rendere particolarmente controversi gli smart glasses è stato anche il loro utilizzo da parte di alcuni “pickup artist”: uomini che pubblicano sui social video dei propri approcci a donne incontrate per strada, realizzati attraverso gli occhiali e talvolta senza che le persone riprese sappiano di essere registrate.
A luglio Instagram ha iniziato a intervenire direttamente. Adam Mosseri, responsabile della piattaforma, ha spiegato che verranno rimossi i contenuti nei quali le persone vengono sfruttate o molestate, facendo esplicito riferimento anche a questo tipo di filmati. Almeno due account molto seguiti che pubblicavano video realizzati attraverso gli smart glasses sono stati disattivati.
Meta aveva già cercato di affrontare il problema direttamente sul dispositivo. I Ray-Ban Meta hanno infatti un piccolo led bianco sulla montatura che si accende quando viene registrato un video. Online, però, sono circolate indicazioni per coprirlo o manometterlo. L’azienda ha quindi introdotto un sistema che dovrebbe impedire alla fotocamera di funzionare quando rileva che la luce è stata oscurata o alterata.
Resta però un problema più difficile da risolvere: riconoscere che una persona li sta indossando non permette necessariamente di capire se in quel momento stia registrando.
Proprio da questa difficoltà è nata anche Nearby Glasses, un’applicazione open source che ricerca attraverso il Bluetooth i segnali compatibili con diversi modelli di occhiali intelligenti e invia una notifica quando ne rileva uno nelle vicinanze. L’app ha superato i 100mila download su Google Play, anche se non può stabilire chi stia indossando il dispositivo né, soprattutto, se la videocamera sia effettivamente attiva.
Smart glasses, aumentano i divieti e le richieste di nuove regole
La discussione sta intanto uscendo dai social. Il 6 agosto il Guardian ha raccontato che diversi ristoranti, pub e teatri britannici hanno cominciato a vietare o limitare l’utilizzo degli smart glasses all’interno dei propri spazi per tutelare la privacy di clienti e lavoratori.
Il 7 agosto è arrivato anche l’intervento del governo australiano. La procuratrice generale Michelle Rowland ha chiesto alla Privacy Commissioner Carly Kind di esaminare con priorità i rischi collegati alla diffusione di questi dispositivi, con particolare attenzione alle conseguenze per donne e minori. Secondo Kind, l’attuale legislazione australiana potrebbe non essere sufficiente davanti a tecnologie capaci di rendere una registrazione molto meno evidente rispetto a uno smartphone.
In questo contesto, i video di protesta pubblicate dalle utenti riflettono una problematica normativa, di cui si devono occupare le istituzioni. IDalle canzoni Disney alle app che cercano gli occhiali via Bluetooth, fino ai locali che cominciano a vietarli: mentre la tecnologia rende sempre meno riconoscibile una telecamera, la responsabilità di accorgersi di essere ripresi e provare a difendersi continua troppo spesso a ricadere sul singolo individuo
