La Camera ha votato a Montecitorio il 5 agosto la richiesta della Giunta per le autorizzazioni con cui viene negata l’autorizzazione alla Procura della Repubblica di Roma per l’acquisizione chat tra il deputato Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, nell’ambito dell’inchiesta sulla «Bisteccheria d’Italia». Il voto a scrutinio segreto si è concluso con 206 sì e 133 no, una decisione che ha scatenato forti tensioni in Aula e ha visto reazioni simboliche da più gruppi parlamentari.
Il voto e la decisione della Giunta
La Relazione della Giunta per le autorizzazioni, approvata a maggioranza e sottoposta all’Aula, ha ottenuto il via libera al rifiuto dell’accesso alle conversazioni richieste dalla Procura per la vicenda legata al ristorante. La votazione è avvenuta a scrutinio segreto dopo la richiesta congiunta di Pd, Avs e M5S; la maggioranza ha sostenuto la proposta del relatore che nega l’autorizzazione all’acquisizione chat perché, secondo i sostenitori della decisione, la richiesta avrebbe carenze nella specificazione dell’oggetto e del periodo temporale ricercato.
In Aula i numeri del voto sono stati ripetuti più volte dai gruppi, e la decisione della Camera ha avuto l’effetto immediato di interrompere la possibilità per la Procura di proseguire con l’estrazione di quelle conversazioni a uso dell’indagine. La questione è stata posta anche in termini di tutela della privacy e di garanzie previste dall’articolo 68 della Costituzione, richiamato più volte dai parlamentari favorevoli al diniego.
Le accuse e le prese di posizione in Parlamento
Giuseppe Conte è intervenuto in dichiarazione di voto accusando la maggioranza di mettere «uno scudo agli amici di partito», con un tono che ha provocato applausi e contestazioni; durante il suo intervento i deputati del Movimento 5 Stelle hanno sollevato i cellulari come gesto simbolico di protesta. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha invece invocato trasparenza, definendo la richiesta della Procura circoscritta e necessaria per non compromettere un processo che riguarda reati di mafia, e ha chiesto perché la maggioranza ostacoli l’accesso a quei dati quando l’interesse pubblico per l’accertamento della verità è evidente.
Dal fronte della maggioranza sono arrivate critiche rivolte alla qualità della richiesta della Procura: deputati di Lega e Fratelli d’Italia hanno sostenuto l’insufficiente specificazione delle conversazioni richieste, tesi ripresa anche da forze come Forza Italia, che ha sollevato dubbi su presunti sequestri esplorativi in contrasto con il codice di procedura penale.
Argomentazioni giuridiche e questioni procedurali
La Procura della Repubblica di Roma ha motivato l’esigenza dell’acquisizione come funzionale all’accertamento di reati collegati alla gestione della società coinvolta nella vicenda, ma i pareri in Aula hanno divergenze sull’interpretazione delle garanzie costituzionali. Deputati della maggioranza hanno sostenuto la necessità che una richiesta sia circoscritta temporalmente e per contenuto, mentre le opposizioni hanno ricordato che la Giunta ha negato anche l’accesso ai documenti depositati dai magistrati, impedendo una valutazione piena degli atti.
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha commentato la possibile strada di un ricorso alla Consulta affermando di non vedere un fondamento giuridico per tale azione, e richiamando la difficoltà tecnica di effettuare sequestri di dispositivi elettronici senza violare conversazioni e dati di terzi. Il tema delle intercettazioni e delle modalità di selezione delle informazioni utili alle indagini è stato al centro delle repliche, con richiami reciproci alla tutela della privacy e all’indispensabilità delle misure richieste dagli inquirenti.
Azioni simboliche, clima politico e reazioni
La votazione ha prodotto gesti simbolici in Aula: i deputati del Movimento 5 Stelle hanno mostrato i cellulari per sostenere la campagna #fuorilechat, mentre esponenti di Avs hanno inscenato la bendatura degli occhi come protesta contro l’impossibilità di accedere ai documenti. Sul banco delle critiche è finita anche la comunicazione politica, con il capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, che ha attaccato apertamente esponenti dell’opposizione e ha dovuto essere richiamato per alcune affermazioni.
I commenti politici si sono intrecciati con accuse reciproche: chi difende il diniego parla di tutela della privacy e di rispetto delle prerogative parlamentari, chi contesta la decisione sostiene che si stia ostacolando un’indagine antimafia che richiede elementi ritenuti dagli inquirenti indispensabili. Lo scontro ha reso evidente una forte polarizzazione delle posizioni attorno al caso e alle sue implicazioni istituzionali.
Andrea Delmastro resta al centro della vicenda politica e giudiziaria, mentre la discussione parlamentare ha evidenziato tensioni tra tutela delle prerogative parlamentari e esigenze investigative della Procura, con richiami costanti all’interpretazione dell’articolo 68. La decisione della Camera lascia aperti scenari politici e procedurali che saranno valutati nei prossimi passaggi, anche alla luce delle richieste e delle valutazioni formulate in Aula.
