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Aliko Dangote sta costruendo la sua idea di Africa

Essere l'uomo più ricco d'Africa è probabilmente la parte meno interessante della storia di Aliko Dangote. Più interessante è capire cosa abbia deciso di fare con quella ricchezza

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Aliko Dangote sta costruendo la sua idea di Africa

Aliko Dangote sta costruendo la sua idea di Africa

Ludovica Bartolini di Ludovica Bartolini

Nata a Napoli nel 2002, ho conseguito una laurea in Arti, Spettacolo ed Eventi Culturali e una in Journalism and Multimedia Communication. Mi occupo di cultura, cinema e spettacolo

A 69 anni, l’imprenditore nigeriano che ha costruito un impero partendo dal commercio e arrivando a cemento, fertilizzanti, petrolio ed energia sta attraversando probabilmente la fase più ambiziosa della sua carriera. Non vuole soltanto costruire aziende africane capaci di competere con quelle occidentali o asiatiche: vuole intervenire su alcune delle dipendenze strutturali che da decenni frenano le economie del continente.

Petrolio estratto in Africa ma raffinato altrove. Materie prime esportate e successivamente riacquistate sotto forma di prodotti lavorati. Fertilizzanti importati nonostante l’enorme potenziale agricolo. Energia insufficiente per sostenere una vera industrializzazione.

È dentro queste contraddizioni che va letto quello che Dangote sta facendo. E forse è anche per questo che il suo nome sta progressivamente uscendo dalle pagine esclusivamente finanziarie per diventare quello di uno degli uomini da osservare per capire dove potrebbe andare l’economia africana nei prossimi decenni.

Prima di chiedere al mondo di investire in Africa

L’ultima tappa di questa strategia porta in Nord America. Dangote ha incontrato il primo ministro canadese Mark Carney per discutere delle possibilità di aumentare commercio e investimenti tra Canada e Africa. Ma durante l’incontro il miliardario ha ribadito soprattutto un principio che racconta bene la sua visione: gli africani devono essere i primi a finanziare e sviluppare il proprio continente. Solo così, sostiene, sarà possibile convincere quantità ancora maggiori di capitale internazionale a fare lo stesso.

È un’affermazione apparentemente semplice, ma che ribalta una parte della narrazione economica costruita per decenni intorno all’Africa. Dangote non presenta il continente come un territorio che aspetta di essere “aiutato”, ma come un mercato enorme che deve prima costruire la capacità industriale necessaria per trasformare localmente ciò che possiede. Il Canada è soltanto l’ultimo interlocutore. Stati Uniti, Cina, India ed Emirati Arabi Uniti stanno aumentando da tempo la loro attenzione verso le economie africane. Dangote vuole che il rapporto con questi Paesi non sia limitato all’estrazione delle risorse, ma diventi un rapporto di investimento nell’industria africana.

La raffineria che sembrava impossibile

Per capire perché oggi questa idea venga ascoltata bisogna andare a Lagos. Qui Dangote ha costruito una delle più grandi raffinerie di petrolio al mondo, un progetto dalla storia lunghissima e costosissima che molti, durante la costruzione, dubitavano sarebbe mai diventato operativo. La contraddizione che voleva risolvere era evidente: la Nigeria è il maggiore produttore di petrolio dell’Africa, eppure per anni ha dovuto importare gran parte dei carburanti raffinati utilizzati dalla propria popolazione.

Il greggio usciva dal Paese. Benzina e diesel rientravano. La Dangote Refinery è stata costruita precisamente per spezzare questo meccanismo. Ora il progetto è ancora più grande. Il gruppo punta ad aumentare la capacità della raffineria dagli attuali 650mila barili al giorno fino a 1,4 milioni, un’espansione che, secondo i piani annunciati dall’azienda, richiederebbe decine di migliaia di lavoratori qualificati. Ed è qui che la storia di Dangote smette di essere soltanto la storia di un miliardario.

Il petrolio non è l’unica scommessa

Accanto alla raffineria c’è infatti un’altra gigantesca operazione: i fertilizzanti. A giugno Africa Finance Corporation ha annunciato un finanziamento da 600 milioni di dollari nell’ambito di un programma di espansione da 7 miliardi, destinato a triplicare la capacità produttiva in Nigeria e creare un nuovo grande polo produttivo in Etiopia.

Il progetto etiope da solo dovrebbe superare i 4 miliardi di dollari. Anche qui la logica è simile. L’Africa possiede enormi quantità di terre coltivabili e una popolazione in rapida crescita, ma molti Paesi rimangono fortemente dipendenti dalle importazioni di fertilizzanti. Produrli localmente significa intervenire non soltanto sull’industria, ma potenzialmente anche sul prezzo del cibo e sulla sicurezza alimentare del continente. Dangote sta quindi costruendo un sistema nel quale cemento, petrolio, fertilizzanti ed energia non sono attività completamente separate. Sono pezzi della stessa idea di industrializzazione.

E adesso vuole costruire un’altra raffineria

L’ambizione non si ferma alla Nigeria. Dangote sta valutando un nuovo gigantesco impianto di raffinazione in Africa orientale, un’area che continua a dipendere fortemente dalle importazioni di prodotti petroliferi raffinati. Kenya e Tanzania hanno cercato di posizionarsi per ospitare il progetto. L’idea è replicare, su una scala comparabile, ciò che è stato costruito a Lagos: raffinare in Africa il petrolio destinato ai mercati africani, anziché importare il prodotto finito.

Ed è precisamente questa ripetibilità a rendere Dangote interessante. La raffineria nigeriana potrebbe non essere un’eccezione, ma il prototipo di un modello industriale che l’imprenditore vuole esportare nel resto del continente.

Poi c’è il problema più grande di tutti: l’energia

C’è però una condizione senza la quale nessuna industrializzazione può funzionare: l’elettricità. Ed è anche qui che Dangote vuole entrare. Nel 2026 ha parlato di un progetto per arrivare a 20mila megawatt di capacità energetica, indicando proprio la scarsità e l’inaffidabilità dell’elettricità come uno dei principali ostacoli allo sviluppo industriale africano. I dettagli finanziari e i tempi dell’operazione non sono ancora stati definiti, quindi per ora rimane soprattutto una dichiarazione d’intenti.

Ma la direzione è evidente. Cemento per costruire. Fertilizzanti per produrre. Raffinerie per trasformare il petrolio. Energia per alimentare le industrie. Dangote sta cercando di occupare contemporaneamente alcuni dei punti più fragili della catena produttiva africana.

Un impero privato può davvero cambiare un continente?

È qui, però, che il racconto diventa più complicato. Perché trasformare Dangote nel simbolo senza contraddizioni di una nuova Africa sarebbe altrettanto semplicistico.

La dimensione raggiunta dal suo gruppo pone inevitabilmente interrogativi sulla concentrazione del potere economico, sulla concorrenza e sul rapporto tra grandi conglomerati privati e governi africani. In Nigeria, per esempio, il peso di Dangote nel mercato del cemento e ora nella raffinazione del petrolio ha già alimentato discussioni sul rischio che la riduzione della dipendenza dalle importazioni possa trasformarsi in una nuova dipendenza da pochissimi produttori nazionali. Ed è proprio questo il paradosso interessante.

L’Africa ha bisogno di grandi gruppi industriali africani. Ma quanto devono diventare grandi prima che la loro stessa dimensione diventi un problema? È probabilmente la domanda che accompagnerà Dangote nei prossimi anni.

Dall’uomo più ricco d’Africa all’uomo che vuole venderne il futuro

Intanto il suo progetto sta entrando in una fase nuova anche finanziariamente. Dangote vuole quotare la propria raffineria, sostenendo che l’obiettivo sia permettere agli investitori africani di partecipare direttamente alla crescita dell’industria del continente. A maggio aveva parlato della quotazione come di un modo per allargare la partecipazione alla ricchezza generata dai grandi progetti industriali africani.

E il progetto potrebbe andare oltre la Nigeria. Proprio il 5 agosto la Johannesburg Stock Exchange ha confermato che il gruppo ha manifestato una forte intenzione di valutare una successiva quotazione anche in Sudafrica, dopo quella nigeriana. Il viaggio verso il Nord America acquista allora un significato diverso.

Dangote non sta andando semplicemente a cercare soldi. Sta cercando di vendere agli investitori internazionali una nuova idea dell’Africa: non soltanto il continente dal quale estrarre petrolio, minerali e materie prime, ma quello nel quale raffinarli, trasformarli, produrre energia, costruire industrie e infine vendere prodotti al resto del mondo. È una scommessa enorme e tutt’altro che garantita. Ma se anche solo una parte dei progetti annunciati riuscisse a concretizzarsi, il punto non sarebbe più soltanto stabilire quanto sia diventato ricco Aliko Dangote. La domanda molto più interessante sarebbe capire quanto l’Africa possa diventare diversa grazie al modello industriale su cui ha deciso di scommettere.

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