È morto oggi, 31 luglio, all’età di 96 anni, don Antonio Mazzi, sacerdote, educatore e fondatore della Fondazione Exodus, una delle realtà italiane più impegnate nel recupero dei giovani in difficoltà. Da oltre quarant’anni il suo nome era legato alla lotta contro tossicodipendenza, emarginazione e disagio giovanile, attraverso un modello educativo fondato sull’accoglienza, sulla responsabilità e sul camminare insieme.
Negli ultimi giorni le sue condizioni di salute si erano progressivamente aggravate. Dopo alcuni ricoveri ospedalieri e continui peggioramenti, questa mattina è sopraggiunta la crisi definitiva. Accanto a lui, fino all’ultimo istante, sono rimasti i ragazzi di Exodus e i collaboratori che considerava la sua vera famiglia. I funerali saranno celebrati lunedì alle ore 15 nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.
Gli ultimi giorni di don Antonio Mazzi: il desiderio di non restare solo
Chi gli è stato vicino racconta che nelle ultime settimane don Antonio Mazzi ripeteva sempre la stessa richiesta: non essere lasciato solo. Nella Cascina Molino Torrette, sede storica di Exodus, ha trascorso gli ultimi giorni circondato dalle persone con cui aveva condiviso una vita di impegno educativo.
Anche la sera precedente alla morte aveva trascorso alcune ore insieme ai ragazzi della comunità, seguendo la televisione e chiedendo aggiornamenti sui progetti in corso. Al peggioramento improvviso delle sue condizioni, i medici hanno suggerito la sedazione. In quel momento tutta la comunità si è stretta attorno a lui, accompagnandolo negli ultimi istanti con discrezione e affetto.
È il finale coerente di un percorso umano costruito sempre accanto agli altri, soprattutto a quei giovani che la società aveva spesso considerato irrecuperabili.
Chi era don Antonio Mazzi: da ragazzo ribelle a sacerdote ed educatore
La storia di don Antonio Mazzi inizia in Veneto ed è segnata fin dall’infanzia da profonde difficoltà. La morte prematura del padre costrinse la madre a crescere da sola i figli in un contesto di estrema povertà. Fu proprio lei a decidere di affidarlo al seminario di Verona, intuendo che quella scelta avrebbe potuto offrire al figlio un futuro diverso.
Lo stesso don Mazzi si definiva spesso un “ragazzo ribelle”. Una ribellione che riuscì a trasformare nello studio e nella formazione, approfondendo teologia, filosofia, psicologia, psicoanalisi e pedagogia. Nei suoi libri spiegava di aver sentito il bisogno prima di comprendere sé stesso e poi gli altri, trasformando quella ricerca personale in una missione educativa.
Quell’approccio avrebbe caratterizzato tutta la sua attività: ascoltare senza giudicare, accompagnare senza imporre, offrire una possibilità anche a chi sembrava averla ormai perduta.
La nascita di Exodus e la lotta contro il disagio giovanile
Il momento decisivo arriva alla fine degli anni Settanta, quando viene chiamato a dirigere l’Opera Don Calabria, nel quartiere milanese del Parco Lambro. In quegli anni Milano è uno dei simboli dell’emergenza eroina e delle nuove forme di marginalità giovanile.
Passeggiando tra le aree verdi del quartiere, raccontava di imbattersi quotidianamente in ragazzi feriti dalla dipendenza, spesso in condizioni gravissime. Da quella esperienza nasce il progetto Exodus, destinato a diventare uno dei più importanti percorsi italiani di recupero e reinserimento.
Nel 1984 il Comune di Milano concede alla fondazione la Cascina Molino Torrette, che diventa il cuore delle attività educative. Per migliaia di giovani rappresenterà molto più di una comunità terapeutica: una casa, un luogo dove ricominciare e ricostruire relazioni.
Il nome “Exodus” non è casuale. Per don Mazzi ogni vita era un viaggio e nessuno avrebbe dovuto affrontarlo da solo.
Un modello educativo che ha lasciato il segno
Nel corso di oltre quattro decenni Exodus si è ampliata ben oltre il tema della tossicodipendenza. Con il cambiamento delle fragilità giovanili, la fondazione ha iniziato ad affrontare nuove emergenze come dipendenze digitali, isolamento sociale, ansia, depressione e ritiro volontario.
Sono nati servizi come l’Unità di Strada, lo sportello SOS presso la Stazione Centrale di Milano, le Carovane educative e numerosi progetti diffusi in Italia e all’estero.
Don Mazzi era convinto che il recupero passasse innanzitutto dalla relazione. Camminare insieme, condividere il tempo e responsabilizzare le persone rappresentavano, secondo lui, strumenti più efficaci di qualsiasi approccio esclusivamente terapeutico.
Il suo lavoro trovò anche il sostegno dell’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini, con cui condivise una stagione di forte attenzione alle nuove povertà urbane insieme ad altre figure simbolo del volontariato milanese come don Gino Rigoldi e don Virginio Colmegna.
Il volto televisivo e il carattere fuori dagli schemi
Pur rimanendo sacerdote, don Antonio Mazzi non rinunciò mai a portare il proprio messaggio anche fuori dagli ambienti ecclesiastici.
Negli anni divenne un volto familiare della televisione italiana, partecipando più volte a programmi di grande ascolto, tra cui Domenica In, dove instaurò un rapporto di amicizia con Mara Venier.
La sua presenza sul piccolo schermo suscitò talvolta critiche negli ambienti ecclesiastici, ma lui difese sempre quella scelta, convinto che i mezzi di comunicazione fossero uno strumento fondamentale per raggiungere le persone e sensibilizzare l’opinione pubblica sul disagio giovanile.
Il suo carattere diretto e poco incline ai formalismi lo rese una figura spesso fuori dagli schemi, capace di esprimere opinioni nette anche sulle priorità della Chiesa.
L’eredità di don Antonio Mazzi
Negli ultimi anni don Mazzi aveva concentrato molte energie sulla continuità della Fondazione Exodus. Il suo obiettivo era evitare che il patrimonio educativo costruito in oltre quarant’anni andasse disperso, formando nuove generazioni di educatori e consolidando il metodo sviluppato nel tempo.
Una delle sue ultime iniziative è stata trasformare una delle Carovane educative in un progetto di ricerca universitaria e in un docufilm, affinché l’esperienza maturata sul campo diventasse patrimonio condiviso.
Ripeteva spesso che l’educazione non può essere ridotta a una formula o a una tecnica. È un’arte che richiede passione, presenza e capacità di costruire relazioni autentiche.
Con la morte di don Antonio Mazzi si chiude una pagina importante del volontariato e dell’impegno sociale italiano, ma resta l’eredità di un sacerdote che ha scelto di dedicare l’intera esistenza ai giovani più fragili, trasformando l’ascolto e l’accoglienza nel centro della propria missione.
