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Comizi, propaganda e diritto d’autore: quando e perché i politici hanno usato canzoni senza il permesso degli artisti

Dall punto di vista legale com'è possibile che i politici continuino a utilizzare brani celebri senza l'autorizzazione preventiva dei musicisti? Ecco quali sono i casi internazionali e italiani

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Microfoni e conferenza stampa. Comizi, propaganda e diritto d'autore: quando e perché i politici hanno usato canzoni senza il permesso degli artisti

Comizi, propaganda e diritto d'autore: quando e perché i politici hanno usato canzoni senza il permesso degli artisti | Unsplash @Akshay Chauhan

Marta Colazzo di Marta Colazzo

Canzoni e diritto d’autore: quando e perché i politici hanno usato canzoni senza il permesso degli artisti?L’immagine è ormai un classico della comunicazione politica: il candidato di turno che sale sul palco tra le acclamazioni della folla, accompagnato da un riff di chitarra travolgente o da un ritornello pop iconico. Poco importa che si tratti di una convention elettorale, di un comizio di piazza o di uno spot diffuso sui social. La musica serve a costruire un’emozione immediata, a creare empatia e a definire un’identità.

Il problema sorge poche ore dopo, quando sui social o tramite le agenzie di stampa arriva la puntuale e stizzita smentita dell’artista. Ma dal punto di vista legale, com’è possibile che i politici continuino a utilizzare brani celebri senza l’autorizzazione preventiva dei musicisti? E cosa prevede la legge sul diritto d’autore?

Il nodo giuridico su politica, canzoni e diritto d’autore

La risposta a questo apparente paradosso risiede nella differenza tra diritto patrimoniale e diritto morale d’autore.

Nella maggior parte dei casi, quando un partito o un comitato elettorale organizza un evento pubblico in un’arena, in un hotel o in una piazza, provvede al pagamento delle cosiddette licenze collettive (blanket licenses) rilasciate dalle società di gestione dei diritti (come la SIAE o Soundreef in Italia, o ASCAP e BMI negli Stati Uniti). Queste licenze consentono di riprodurre legalmente qualsiasi brano presente nel catalogo amministrato dall’ente, previo versamento del compenso dovuto. Dal punto di vista strettamente economico, quindi, l’uso in sede di evento pubblico appare coperto.

Dove nasce allora lo scontro? Nel Diritto Morale d’Autore. L’articolo 20 della Legge sul Diritto d’Autore italiana (L. 633/1941), in linea con la Convenzione di Berna e la normativa europea, stabilisce che l’autore conserva sempre il diritto di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione o altra modifica dell’opera, e a ogni atto a danno dell’opera stessa che possa essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione.

Se un artista ritiene che l’associazione del proprio brano a un determinato partito o messaggio politico leda la sua immagine, la sua reputazione o il valore ideale della canzone, ha il pieno diritto di chiederne l’immediata cessazione e la rimozione. Negli Stati Uniti la questione si intreccia anche con il Right of Publicity, ovvero il diritto dell’individuo di controllare l’uso commerciale e associativo della propria identità.

Da Bruce Springsteen a Donald Trump: i casi internazionali

Gli scontri tra star della musica e leader politici hanno una storia decennale e non conoscono confini. Il caso scuola a livello globale risale al 1984, quando Ronald Reagan utilizzò durante la sua campagna elettorale la celebre Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen. Il presidente americano scambiò il brano per un inno patriottico e nazionalista, ignorando che il testo fosse in realtà una dura invettiva contro le ferite e il trattamento riservato ai reduci del Vietnam. Il “Boss” prese immediatamente le distanze.

In tempi più recenti, il record spetta a Donald Trump, diffidato nel corso degli anni da un elenco infinito di artisti ed eredi di grandi icone: dai Rolling Stones a Neil Young, da Adele a Rihanna, fino ai Linkin Park, ai Queen e alla famiglia di Tom Petty. Emblematico anche il caso di Céline Dion, che ha criticato lo staff del tycoon per l’uso non autorizzato di My Heart Will Go On durante un raduno, commentando con sarcasmo: “Davvero, proprio quella canzone?”. Da ultimo Katy Perry, che si è scagliata contro l’uso non autorizzato della sua hit “Firework” in un video di attacchi militari sul TikTok della presidenza USA.

Il panorama italiano tra diffide e polemiche

Anche in Italia la tensione tra cantautori, gruppi e forze politiche ha prodotto scontri e prese di posizione emblematiche:

  • Francesco De Gregori e la Sinistra: nel 1996, l’allora PDS utilizzò La storia siamo noi come colonna sonora della campagna elettorale. De Gregori espresse forte disappunto per l’uso strumentale di un brano che riteneva appartenere alla memoria collettiva e non a una singola sigla di partito.

  • Ligabue e Fratelli d’Italia: nel 2022, l’uso non autorizzato di Certe Notti all’interno di un video promozionale della deputata Alessia Ambrosi (FdI) portò l’immediato intervento dello staff di Luciano Ligabue, che pretese la cancellazione del contenuto da tutti i canali social.

  • I Ricchi e Poveri e la Lega: nel 2018, il riadattamento del testo di Sarà perché ti amo durante un raduno a Pontida provocò la presa di distanza da parte degli autori e degli interpreti del brano originale per la modifica e l’uso politico non autorizzato.

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