La Camera ha respinto a Montecitorio l’emendamento sulle preferenze con voto segreto. Il tabellone d’Aula ha certificato la sconfitta del testo e, tra i banchi dell’opposizione, sono partiti cori mentre nel Transatlantico alcuni parlamentari si sono scambiati strette di mano. Pochi minuti dopo Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno lasciato insieme il palazzo per una foto in piazza e hanno chiesto a Giorgia Meloni di «salire al Colle e dimettersi subito», ieri.
Fonti parlamentari hanno parlato di tensioni nella maggioranza sul testo. Nel fronte di opposizione, Pd e M5S hanno riunito i gruppi quasi in contemporanea, con la consegna condivisa di «fare muro», hanno spiegato i partecipanti. Il Movimento 5 Stelle ha inoltre presentato un emendamento proprio, definito volto a introdurre «preferenze vere», che elimina la figura del candidato premier e riduce il premio di maggioranza; secondo diverse ricostruzioni parlamentari la mossa ha sorpreso più di un alleato. I pentastellati hanno respinto l’idea di uno smarcamento e hanno spiegato che la proposta serviva a «smascherare» la destra.
Meloni battuta sulla Legge elettorale: cosa è successo in aula
Il voto segreto ha chiuso la partita sull’emendamento. Dal cosiddetto campo largo è arrivata la lettura politica dell’operazione: la richiesta di scrutinio segreto, sostengono, mirava a «costringere la maggioranza a misurarsi con la mina vagante dei franchi tiratori» e a «mettere in evidenza le crepe» del centrodestra. La bocciatura è maturata mentre l’Aula era impegnata nella discussione sulla legge elettorale.
Opposizioni in piazza e le richieste di dimissioni
Nel piazzale esterno, il sit-in organizzato da giorni da +Europa si è trasformato in un palchetto improvvisato: i leader dell’opposizione hanno presentato l’esito come una vittoria politica. Schlein ha rivendicato: «Abbiamo fatto questa battaglia compatti», definendo il voto un successo contro «l’arroganza» della premier. A Rtl 102.5 la segretaria del Pd ha aggiunto che «ieri la fotografia chiara è stata al contrario, c’è stata una maggioranza divisa: è bastata la prima prova di un voto segreto» e ha bollato la riforma come «irricevibile, nel metodo e nel merito».
Conte, intervistato a La7, ha rilanciato la linea: «La premier — ha osservato — dovrebbe rassegnare le dimissioni nelle mani del capo dello Stato e andare a casa», perché, ha aggiunto, l’emendamento «è stato voluto da Giorgia Meloni» e la sua bocciatura segna una sfiducia nella maggioranza. Sui social l’ex premier ha insistito con le stesse argomentazioni: «Quale sarebbe l’emendamento sulle preferenze su cui Meloni sta sfidando? Lei la faccia ce la mette. Ma è la solita faccia di bronzo».
Le altre reazioni dopo la sconfitta di Meloni sulla Legge elettorale
Fratoianni, in un’intervista a la Repubblica, ha parlato di «è il tonfo di Giorgia Meloni» e ha sostenuto che la premier «non ha più una maggioranza», richiamando la responsabilità istituzionale del presidente della Repubblica nel valutarne le conseguenze. Il leader di Sinistra Italiana ha aggiunto che «si dice che Lega e Fi avessero i maggiori mal di pancia» e ha accusato la destra di voler «occupare tutte le postazioni istituzionali».
Altre reazioni sono arrivate in rapida sequenza. Matteo Renzi ha sostenuto sui social che Meloni abbia perso anche «quella del Palazzo» e che sia arrivato il momento di tornare al voto. Carlo Calenda, pur schierato contro la riforma, ha definito la dinamica parlamentare un «teatrino ridicolo».
Nel merito, gli attacchi dell’opposizione si sono concentrati su due punti: l’introduzione di un premio di maggioranza giudicato «abnorme» e il mancato rispetto della parità di genere. Schlein ha sottolineato proprio quest’ultimo aspetto, spiegando che l’emendamento «cancellava completamente la parità di genere anche nei capilista».
Strategia e quadro politico
Dal centrosinistra emergono dettagli operativi sulla giornata: secondo fonti dell’area, la strategia — pressioni sui numeri, richieste di voto segreto, emendamenti alternativi — è stata coordinata per massimizzare l’impatto pubblico del risultato. L’iniziativa del M5S sulle «preferenze vere» si è inserita in questo schema: i pentastellati negano qualsiasi fuga in avanti e insistono sul fatto che l’obiettivo fosse mostrare i limiti del progetto di riforma del centrodestra.
Resta sullo sfondo il tema dei rapporti nella coalizione di governo, messi alla prova dal voto coperto. Nelle ore successive alla bocciatura, Pd e M5S hanno serrato le file in riunioni parallele, puntando a una postura unitaria nelle prossime tappe del confronto parlamentare sulla legge elettorale. Dall’altra parte, il voto segreto ha dato fiato alla narrazione dell’opposizione sulle «crepe» nella maggioranza, amplificata dalla scena della passerella comune in piazza tra Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni.
La bocciatura dell’emendamento è avvenuta in Aula durante la discussione sulla legge elettorale e il tabellone ha mostrato l’esito del voto segreto.
