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Autovelox, ecco la svolta: 1204 apparecchi andranno spenti

Scatta il decreto dopo 34 anni di attesa. Tutor fermi su 83 tratte e rischio ricorsi

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Un autovelox che monitora i limiti di velocità

ANSA/ SERGIO PONTORIERO

Redazione di Redazione

Scatta dalla mezzanotte di domenica 12 luglio una vera e propria rivoluzione per la sicurezza stradale e il sistema delle sanzioni in Italia. Senza che venga modificato un solo limite di velocità, la rete dei controlli elettronici si spaccherà in due. Su un totale di 4.060 dispositivi censiti dal ministero dei Trasporti, 2.856 strumenti continueranno a operare regolarmente, mentre ben 1.204 apparecchi dovranno essere spenti immediatamente. Come riporta Il Corriere della Sera, non si tratta di un problema di funzionamento tecnico, ma di un radicale cambio del titolo giuridico necessario per trasformare il rilevamento della velocità in una multa. Arriva così l’effetto del decreto ministeriale atteso da ben 34 anni, che prova a fare chiarezza in un settore da tempo paralizzato dai contenziosi legali.

Le nuove regole sull’omologazione degli Autovelox e i requisiti di sicurezza

La novità principale dell’introduzione del decreto risiede nello stabilire regole certe e standardizzate. Dal 1992 il Codice della strada richiede l’omologazione dei dispositivi, ma non era mai stata definita la procedura amministrativa per ottenerla. Per questa ragione, il ministero si era limitato a rilasciare delle semplici approvazioni. La Corte di Cassazione, a partire dall’ordinanza numero 10505 del 2024, ha chiarito per quasi cinquanta volte che i due procedimenti non sono affatto equivalenti.

Da questo momento, il ministero ha superato l’impasse introducendo l’omologazione d’ufficio per 25 prototipi ritenuti conformi, elencati nell’Allegato B del testo. Ogni singolo dispositivo sul territorio sarà utilizzabile solo se coinciderà perfettamente con quel modello e quella versione specifica. Inoltre, per tutelare i cittadini, ogni autovelox dovrà superare una taratura iniziale e verifiche periodiche con cadenza almeno annuale. Per garantire la massima trasparenza e la riservatezza degli automobilisti, i dati e le immagini raccolte saranno interamente crittografati e protetti da firma digitale, mentre i volti dei passeggeri nelle riprese frontali dovranno essere oscurati.

Allarme sicurezza: spenti i Tutor di vecchia generazione

Le preoccupazioni maggiori degli esperti riguardano i 1.204 dispositivi esclusi, che rimarranno spenti in attesa che i produttori presentino la documentazione per adeguarli. Lo stop colpirà in modo massiccio i sistemi Tutor di vecchia generazione, approvati tra il 2004 e il maggio 2017, disattivando i controlli su almeno 83 tratte strategiche delle autostrade A1, A4, A13, A14 e A16. I vertici della polizia locale e le associazioni per la sicurezza stradale esprimono forte apprensione per le tempistiche del provvedimento, che coincide con l’inizio dell’esodo estivo.

L’Asaps e l’associazione Lorenzo Guarnieri ricordano che l’introduzione dei Tutor ha storicamente ridotto la mortalità sulle tratte controllate del 56% nel primo anno. Il timore diffuso è che lo spegnimento generi un pericoloso messaggio di “liberi tutti” tra i conducenti, proprio in un semestre in cui i dati del 2026 evidenziano un aumento delle vittime nei fine settimana, passate da 643 a 658, a testimonianza di impatti stradali sempre più violenti.

Il nodo giuridico e la minaccia di nuovi ricorsi dei consumatori

Sotto il profilo legale la tregua sembra tuttora lontana. Gli esperti di diritto amministrativo sottolineano come un decreto ministeriale non possa superare una legge primaria come il Codice della strada. Il fatto che il ministero consideri “omologati d’ufficio” alcuni strumenti precedentemente solo approvati potrebbe non bastare a fermare i giudici di pace, pronti ad applicare l’orientamento restrittivo della Cassazione.

Le associazioni dei consumatori hanno già preannunciato una pioggia di ricorsi. Il nuovo testo, infatti, non ha valore retroattivo: non sana i vecchi verbali e non chiude i procedimenti giudiziari in corso. Sullo sfondo resiste la polemica dei dispositivi usati come “bancomat” dai Comuni, uno stereotipo smentito dai dati reali. Nelle grandi città, i proventi derivanti dagli autovelox rappresentano appena il 9% dei 631 milioni di euro complessivi incassati, la cui fetta principale dipende da violazioni di Ztl, corsie preferenziali e soste vietate.

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