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Trentino, dal 2027 via libera alla caccia al cinghiale con arco e frecce: perché l’Ispra dice sì e perché scoppia la polemica

La Provincia di Trento introduce in via sperimentale l’utilizzo dell’arco per il contenimento dei cinghiali. Obiettivo: limitare i danni all’agricoltura e contrastare il rischio peste suina africana. Animalisti contrari: "Scelta crudele e pericolosa"

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Cinghiali madre e figlio camminano nel bosco, primo piano

Foto di RODOLPHE ASENSI: https://www.pexels.com/it-it/foto/cinghiali-nella-radura-della-foresta-28699897/

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

Il Trentino apre alla caccia al cinghiale con arco e frecce. Dal 2027, in via sperimentale, i controllori autorizzati potranno utilizzare l’arco come strumento alternativo alle armi da fuoco nelle operazioni di contenimento della specie. Una decisione che ha già acceso un acceso dibattito tra istituzioni, mondo venatorio e associazioni animaliste.

Il provvedimento è stato approvato dalla Giunta provinciale di Trento su proposta dell’assessore alle Foreste, caccia e pesca Roberto Failoni e nasce dalla necessità di contrastare la crescita della popolazione di cinghiali, considerata una minaccia sia per l’agricoltura sia per la diffusione della peste suina africana, malattia che continua a preoccupare il comparto zootecnico europeo.

Perché il Trentino introduce la caccia con l’arco

Secondo la Provincia autonoma di Trento, l’arco rappresenta uno strumento aggiuntivo per rendere più efficace il controllo della specie in particolari contesti ambientali. L’utilizzo di un’arma da fuoco, infatti, può risultare problematico in alcune aree perché il rumore degli spari rischia di disturbare altre specie selvatiche, soprattutto durante il periodo riproduttivo.

La sperimentazione sarà riservata esclusivamente a operatori già qualificati come controllori del cinghiale e sottoposti a una specifica abilitazione. Non si tratta quindi di una liberalizzazione della caccia con l’arco, ma di una misura inserita all’interno delle attività di controllo faunistico coordinate dalle autorità competenti.

Accanto all’introduzione dell’arco, la Provincia ha previsto anche nuove modalità di “controllo mirato”, che consentiranno interventi più rapidi nelle aree considerate particolarmente sensibili per la presenza della specie.

Il via libera dell’Ispra

A rendere ancora più rilevante la decisione è il parere favorevole dell’ISPRA, che considera l’arco un mezzo alternativo alle armi da fuoco potenzialmente utile nelle operazioni di controllo della fauna selvatica.

Secondo l’istituto, l’arco presenta alcuni vantaggi operativi: consente una migliore identificazione dell’animale bersaglio, riduce il disturbo acustico e ha un impatto ambientale limitato. Tra le raccomandazioni tecniche figurano anche distanze di tiro molto contenute, generalmente comprese tra i 15 e i 20 metri, per garantire l’efficacia dell’abbattimento.

Il sostegno alla sperimentazione arriva però in un momento delicato nei rapporti tra Ispra e Governo. L’istituto ha infatti espresso forti perplessità sul disegno di legge sulla caccia attualmente all’esame della Camera, contestando in particolare il ridimensionamento del proprio ruolo consultivo e alcune misure considerate potenzialmente dannose per la tutela della fauna selvatica.

La protesta degli animalisti

La reazione delle associazioni animaliste non si è fatta attendere. L’ENPA, attraverso la sezione di Rovereto, ha definito il provvedimento “una scelta crudele” e ha chiesto un immediato ripensamento.

Secondo l’associazione, l’utilizzo dell’arco comporterebbe il rischio di aumentare le sofferenze degli animali qualora il colpo non risultasse immediatamente letale. Gli animalisti contestano inoltre i possibili rischi per la sicurezza delle persone che frequentano boschi e sentieri, sostenendo che una misura di questo tipo possa trasmettere un’immagine negativa del territorio trentino.

Anche alcune forze politiche di opposizione hanno criticato la decisione, arrivando a definire il provvedimento una sorta di “safari medievale” e ribattezzandolo ironicamente la “legge Robin Hood”.

Un problema sempre più difficile da gestire

Al di là delle polemiche, la questione dei cinghiali resta una delle più complesse nella gestione della fauna selvatica italiana. Negli ultimi anni la presenza degli ungulati è aumentata sensibilmente, con conseguenze che vanno dai danni alle coltivazioni agricole agli incidenti stradali, fino ai timori legati alla diffusione della peste suina africana.

È in questo contesto che il Trentino ha deciso di sperimentare una soluzione che in altre regioni, come il Veneto, viene già utilizzata per alcune attività venatorie. Resta ora da capire se la misura riuscirà davvero a migliorare il contenimento della specie o se le critiche di ambientalisti e associazioni per la tutela degli animali finiranno per prevalere nel dibattito pubblico.

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