Hamas ha annunciato lo scioglimento del proprio governo a Gaza, una decisione che secondo gli analisti internazionali punta a mettere sotto pressione Israele, in un momento in cui i progressi del piano di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti risultano bloccati. Ismail al-Thwabta, portavoce dell’Ufficio stampa governativo del movimento islamista, ha dichiarato la disponibilità a cedere l’amministrazione dell’enclave al comitato tecnocratico palestinese previsto dall’accordo, senza tuttavia fare alcun riferimento alla questione del disarmo, uno dei nodi centrali della seconda fase dell’intesa che Hamas ha finora respinto.
Una mossa simbolica che non cambia gli equilibri sul terreno
Nonostante l’annuncio, la situazione concreta a Gaza resta sostanzialmente invariata: Hamas e le sue forze di sicurezza continuano infatti a controllare saldamente la parte della Striscia non occupata dall’esercito israeliano. Si tratta però di un gesto dal forte valore simbolico, che riporta l’attenzione internazionale sulle responsabilità di Israele nell’attuazione dell’accordo, dato che il presidente statunitense Donald Trump ha esercitato pressioni sul primo ministro Benjamin Netanyahu affinché avanzi su alcuni punti del piano, tra cui l’istituzione di aree pilota in cui i palestinesi vivrebbero sotto la supervisione di un comitato tecnico.
Lo stesso al-Thwabta ha chiesto alla comunità internazionale di accelerare l’ingresso in carica del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, definito necessario per rafforzare la tenuta del popolo palestinese. Di segno diverso la risposta del Consiglio per la Pace, l’organismo creato per sostenere l’accordo di cessate il fuoco, che ha preso atto della dichiarazione ma ha chiesto ad Hamas azioni concrete piuttosto che promesse, ribadendo il principio di un’unica autorità, un’unica legge e un’unica arma sul territorio.
Le letture degli analisti: una scommessa che arriva tardi
Secondo Muhammad Shehada, esperto di Gaza presso l’European Council on Foreign Relations, la mossa di Hamas rappresenterebbe un tentativo di scavalcare Netanyahu rivolgendosi direttamente a Trump, dimostrando la disponibilità a rinunciare completamente alla gestione amministrativa dell’enclave, comparto sul quale Israele accusa il movimento di non voler cedere il controllo. Per Shehada, Hamas considera il comitato tecnocratico come l’unica strada percorribile per insediare a Gaza un governo palestinese pienamente riconosciuto dalla comunità internazionale, ma la mossa rischierebbe comunque di arrivare troppo tardi: anche in caso di successo della scommessa politica, Israele manterrebbe secondo l’analista il controllo assoluto sull’intera Striscia, riuscendo comunque a ostacolare i piani del comitato.
Di parere simile Michael Milshtein, direttore del Forum di Studi Palestinesi dell’Università di Tel Aviv, secondo cui l’annuncio non rappresenterebbe una sorpresa, quanto piuttosto un tentativo condiviso da Hamas e dai mediatori internazionali di ribaltare gli equilibri del negoziato. Qatar, Turchia ed Egitto, principali mediatori del dossier, starebbero infatti cercando di mostrare a Trump un fronte compatto per dimostrare che l’accordo procede, nella speranza di aumentare la pressione statunitense su Israele affinché avanzi nelle fasi successive dell’intesa.
Un piano di pace bloccato da mesi
Il comitato tecnocratico, denominato NCAG, era stato concepito già lo scorso ottobre come parte del piano di cessate il fuoco in venti punti mediato dagli Stati Uniti, con l’obiettivo di assumere la guida di Gaza dopo la fine del governo di Hamas. Il comitato è però rimasto bloccato al Cairo, senza poter entrare nella Striscia né esercitare alcuna autorità concreta sul territorio, e i tempi di un eventuale passaggio di consegne restano tuttora incerti. Il governo di Gaza guidato da Hamas conta circa 60mila dipendenti, che secondo quanto dichiarato dallo stesso movimento continuerebbero a lavorare come dipendenti statali anche sotto la nuova gestione tecnocratica.
Nel frattempo, l’accordo complessivo mostra segnali di stallo su più fronti: la prima fase prevedeva la cessazione totale dei combattimenti, ma Israele ha continuato a condurre attacchi quasi quotidiani nell’enclave, causando secondo il ministero della Salute palestinese oltre mille morti dall’inizio del cessate il fuoco. Nella seconda fase, anziché ritirarsi, l’esercito israeliano ha ampliato la propria presenza fino a occupare circa il 70% della Striscia, costringendo i circa due milioni di abitanti di Gaza in uno spazio sempre più ristretto. Resta inoltre non ancora operativa la forza internazionale che avrebbe dovuto garantire la sicurezza in alcune aree e permettere al comitato tecnocratico di iniziare a esercitare le proprie funzioni amministrative, mentre Hamas continua a riaffermare la propria autorità nelle zone non controllate da Israele, arrivando recentemente a giustiziare un palestinese accusato di collaborazionismo.
