More in Common ha rilevato in Gran Bretagna che il 60% dei giovani tra 18 e 28 anni voterebbe per rientrare nell’Unione europea, in uno studio su 440 intervistati diffuso questa settimana. Il rapporto è stato pubblicato insieme al Guardian. Il focus è sulla generazione Z, cioè chi al referendum del 23 giugno 2016 era troppo giovane per votare, mentre a Londra si riaccende il confronto politico sul rapporto con Bruxelles.
Tra chi verrebbe considerato “probabile elettore” in un ipotetico secondo referendum, il fronte favorevole al ritorno nell’Unione europea sale all’81% contro il 19% per restare fuori; nel complesso, il 9% del campione ha indicato che voterebbe per la permanenza fuori. Gli intervistati sono stati selezionati in tutta la Gran Bretagna e appartengono tutti alla fascia 18–28 anni.
Metodologia e risultati dello studio
Il think tank ha concentrato l’indagine sulla generazione Z proprio perché esclusa dal voto del 2016. Alle domande sul bilancio della Brexit, il 50% degli intervistati ha giudicato l’uscita un fallimento, il 16% l’ha definita un successo e il 34% si è detto indeciso. Il 60% favorevole al rientro è il dato principale del campione complessivo; isolando i “probabili votanti”, il margine pro-rientro si allarga ai valori indicati.
Commentando i risultati, Luke Tryl, direttore esecutivo di More in Common, ha detto: «Per molti britannici della generazione Z, il referendum sulla Brexit è stato fondamentale per la loro maturità politica. Nei focus group, molti di questa fascia d’età affermano che la Brexit è stato il primo evento politico di cui hanno avuto una vivida consapevolezza: troppo giovani per votare, ma con ricordi nitidi di quella campagna e degli anni di dibattito che ne sono seguiti».
Reazioni nel Labour e nei collegi
I numeri tra i più giovani sono arrivati mentre nel Labour si è riaperto il dibattito sul futuro rapporto con l’Unione europea. L’ex ministro della Sanità Wes Streeting ha definito l’uscita di Londra dall’Unione europea «un errore catastrofico» e ha sostenuto che il Labour dovrebbe presentarsi alle prossime elezioni con la promessa di rientrare: «Il futuro della Gran Bretagna è con l’Europa — ha aggiunto — e, un giorno, di nuovo nell’Unione europea». La presa di posizione ha alimentato discussioni interne al partito.
La linea di Streeting ha creato difficoltà ad alcuni esponenti impegnati in contese locali. Andy Burnham, sindaco di Manchester e indicato come favorito per la successione a Keir Starmer, in passato aveva detto di aspettarsi un rientro «nel corso della sua vita», ma ha precisato che non intende farne un tema di campagna nella suppletiva di Makerfield, collegio dove nel 2016 il 65% aveva votato per la Brexit. Quell’appuntamento è stato indicato nei dibattiti interni come significativo per la partita della successione.
Criticità e condizioni per un eventuale rientro
Dal governo sono arrivate critiche formali. La ministra della Cultura Lisa Nandy ha detto alla Bbc: «Davvero non capisco questo improvviso focus sull’Europa. Se la risposta è riunirsi alla Unione europea, allora essenzialmente stiamo dicendo alla gente “tutto andava bene nel 2015, dobbiamo solo tornare indietro”».
Oltre allo scontro politico, il rientro presenta ostacoli pratici e negoziali. Commentatori hanno ricordato che Bruxelles potrebbe porre condizioni come il ripristino della libera circolazione, la fine degli sconti sui contributi al bilancio comunitario e partite aperte su moneta e accesso al mercato. Osservatori sottolineano che un pacchetto di questo tipo renderebbe politicamente complessa e difficilmente realizzabile nel breve termine qualsiasi strategia di ritorno.
Diverse testate hanno evidenziato il contrasto tra il dato generazionale favorevole all’Unione europea e i vincoli istituzionali e politici che pesano su un’eventuale candidatura al rientro, dal consenso territoriale alle condizioni di negoziato.
