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Brexit, dieci anni dopo: perché l’economia britannica è più debole di prima

Nel decimo anniversario del referendum che sancì l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, studi economici, istituzioni indipendenti e sondaggi mostrano un bilancio largamente negativo per l’economia britannica

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Bandiere Regno Unito e Unione Europea con Big Ben sullo sfondo

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Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

23 giugno 2026 – Dieci anni fa, il 23 giugno 2016, i cittadini britannici votarono per lasciare l’Unione Europea. Il referendum si concluse con il 51,9% dei voti a favore del Leave e il 48,1% per il Remain, aprendo uno dei processi politici più complessi della storia recente europea.

A distanza di un decennio, il dibattito sulla Brexit resta aperto. Se i sostenitori dell’uscita dall’Ue continuano a difenderne le ragioni politiche e legate alla sovranità nazionale, gran parte delle analisi economiche pubblicate negli ultimi anni converge su una conclusione: il Regno Unito ha pagato un prezzo significativo in termini di crescita, investimenti, produttività e commercio internazionale.

Il conto della Brexit: Pil, investimenti e occupazione in calo

Tra gli studi più citati figura quello del National Bureau of Economic Research (NBER), che sulla base dei dati disponibili fino alla fine del 2025 stima che la Brexit abbia ridotto il Pil britannico tra il 6% e l’8% rispetto a uno scenario in cui il Paese fosse rimasto nell’Unione Europea.

Secondo la ricerca, gli investimenti sarebbero diminuiti tra il 12% e il 13%, mentre occupazione e produttività avrebbero registrato una riduzione compresa tra il 3% e il 4%.

Gli autori individuano diversi fattori alla base di questo rallentamento: l’aumento dell’incertezza economica, il calo della domanda, la riduzione degli investimenti in innovazione e tecnologia e le maggiori difficoltà incontrate dalle aziende più produttive e maggiormente esposte ai mercati internazionali.

A incidere è stata anche la durata del processo di uscita dall’Ue. Sebbene il referendum si sia svolto nel 2016, il Regno Unito ha lasciato formalmente l’Unione soltanto nel gennaio 2020. Il periodo di transizione si è concluso il 31 dicembre dello stesso anno, mentre le questioni relative all’Irlanda del Nord hanno continuato a essere negoziate fino al 2023.

Commercio più difficile e migliaia di aziende fuori dal mercato europeo

Anche l’Office for Budget Responsibility (OBR), organismo indipendente incaricato di monitorare i conti pubblici britannici, ha stimato che nel lungo periodo la produttività del Regno Unito sarà inferiore del 4% rispetto a quella che avrebbe registrato restando nell’Unione Europea.

Secondo l’OBR, inoltre, esportazioni e importazioni saranno circa il 15% più basse rispetto allo scenario di permanenza nel mercato unico europeo.

Le nuove procedure doganali e le barriere non tariffarie introdotte dopo la Brexit hanno avuto effetti particolarmente rilevanti sulle piccole e medie imprese. Secondo un’analisi citata da Reuters, circa 20 mila aziende britanniche hanno smesso di esportare verso l’Unione Europea dopo l’introduzione delle nuove regole commerciali.

Tra i comparti più colpiti figura quello agroalimentare, che ha dovuto affrontare nuovi controlli, certificazioni e costi amministrativi per continuare a operare sul mercato europeo.

Sterlina più debole e crescita più lenta

Un altro effetto spesso evidenziato dagli economisti riguarda la valuta britannica. A dieci anni dal referendum, la sterlina continua a essere significativamente più debole rispetto ai livelli precedenti al voto del 2016, una situazione che ha contribuito ad aumentare il costo delle importazioni.

Gli analisti sottolineano tuttavia che non tutti i problemi economici vissuti dal Regno Unito nell’ultimo decennio possono essere attribuiti esclusivamente alla Brexit. La pandemia di Covid-19, la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina e le tensioni geopolitiche globali hanno avuto un impatto importante su tutte le economie occidentali.

Nonostante questo, numerose istituzioni economiche britanniche e internazionali continuano a considerare l’uscita dall’Unione Europea un fattore che ha frenato la crescita del Paese.

Anche la Bank of England riconosce l’impatto negativo

Negli ultimi giorni anche il governatore della Bank of England, Andrew Bailey, ha riconosciuto che la Brexit ha avuto conseguenze negative sulla crescita economica britannica.

Secondo Bailey, ridurre la dimensione dei mercati di riferimento per le esportazioni britanniche ha inevitabilmente limitato crescita e produttività. Il governatore ha però osservato che uno degli scenari più pessimisti formulati nel 2016 non si è concretizzato: la City di Londra non ha subito il crollo che molti osservatori prevedevano alla vigilia del referendum, pur avendo perso parte della propria centralità all’interno dei mercati europei.

Gli elettori sempre più scettici e il dibattito sul ritorno nell’Ue

Uno dei temi centrali della campagna per il Leave era il controllo dell’immigrazione. Tuttavia, negli anni successivi alla Brexit il Regno Unito ha registrato livelli record di immigrazione netta, trainati soprattutto dagli arrivi da Paesi extraeuropei dopo la fine della libera circolazione dei cittadini comunitari.

Anche l’opinione pubblica sembra aver progressivamente modificato il proprio giudizio. Diversi sondaggi mostrano che una maggioranza di britannici ritiene oggi che la Brexit abbia avuto effetti negativi sul costo della vita, sull’economia e sulle opportunità offerte ai giovani.

In questo contesto sta guadagnando visibilità il movimento “Rejoin EU”, favorevole a un ritorno del Regno Unito nell’Unione Europea. Al tempo stesso, però, il tema continua a dividere profondamente il Paese e non esiste al momento un percorso politico concreto verso una nuova adesione.

Dieci anni dopo il referendum, il dibattito non riguarda più se la Brexit abbia avuto un impatto economico, ma quanto questo impatto sia stato grande. Le stime possono variare, ma la maggior parte delle analisi economiche indipendenti concorda su un punto: il Regno Unito appare oggi meno produttivo, meno integrato nei mercati europei e più debole economicamente di quanto sarebbe stato restando nell’Unione Europea.

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