17 giugno 2026 – I carabinieri del Ros – reparto investigativo dell’arma dei carabinieri – hanno fatto irruzione in un appartamento dell’Alessandrino, mettendo sotto sequestro una serie di oggetti che potrebbero cambiare volto all’inchiesta sui “cecchini del weekend”. Tra ciò che è stato trovato, spicca una fotografia ingiallita dal tempo e un silenziatore per arma da caccia. L’uomo coinvolto ha 64 anni, è nato a Genova e si è avvalso della facoltà di non rispondere durante un precedente interrogatorio. Dietro a questo caso, una storia: gruppi di italiani partivano dal Nord per andare a sparare a Sarajevo, la capitale bosniaca assediata durante la guerra nella ex Jugoslavia.
La perquisizione sul sospetto cecchino di Sarajevo
La perquisizione del Ros ha portato al sequestro di una foto “chiave” e di un silenziatore, mentre nessun dispositivo elettronico è stato trovato o confiscato, visto che la ricerca si è concentrata su oggetti concreti legati all’inchiesta. La fotografia, descritta da una ex compagna dell’indagato come un vero e proprio lasciapassare, ritrae l’uomo in uniforme militare in un contesto probabilmente bosniaco, senza metadati perché molto vecchia e inquadrata da vicino.
Gli investigatori pensano che questa immagine possa aiutare a collocare temporalmente e geograficamente le azioni del presunto “cecchino”. Tra gli altri oggetti trovati ma non sequestrati, c’è un taglierino con una svastica, che potrebbe essere un simbolo del gruppo di quel periodo, e oggetti legati al poligono di tiro, come un tesserino e una coppa. Tutto questo materiale serve a tracciare le abitudini dell’uomo, appassionato di armi di precisione.
Chi sono gli indagati e come si difendono
L’indagine coinvolge quattro persone, tutte accusate di omicidio volontario aggravato da motivi abietti. Oltre al 64enne dell’Alessandrino, ci sono un ex camionista friulano di 80 anni, un imprenditore lombardo di 64 e un uomo toscano. I primi tre hanno già parlato in Procura, presentando memorie difensive o dichiarazioni spontanee.
Il 64enne, invece, ha scelto di non rispondere durante l’interrogatorio. In una memoria difensiva, ha sostenuto di aver “millantato tutto” dopo essere stato registrato di nascosto da una giornalista. Ma sono state soprattutto le testimonianze della sua ex compagna e dell’ex moglie a fornire elementi importanti agli inquirenti e a giustificare la perquisizione. La ex compagna ha parlato di incubi notturni dell’uomo e della sua gelosia nel custodire foto in divisa, armi – anche non convenzionali – e silenziatori, oltre a cimeli bellici.
Le rivelazioni della ex compagna sul caso a Sarajevo
La testimonianza della ex compagna apre una finestra su un mondo oscuro. Secondo il suo racconto, l’uomo le avrebbe confidato di soffrire di incubi legati agli omicidi compiuti durante la guerra nella ex Jugoslavia negli anni ’90. Avrebbe detto di partire da Milano con un gruppo di “cecchini del weekend” che sparavano a musulmani e civili intorno a Sarajevo.
Il silenziatore e la foto sequestrata sarebbero prove di quel periodo, soprattutto perché sul retro della foto c’è una scritta in una lingua straniera, ritenuta un lasciapassare per entrare nelle zone di guerra. Sulla stessa immagine, segnerebbe un sistema di “conta”: cerchi o righe che indicano presumibilmente quante persone l’uomo avrebbe ucciso. Questi dettagli, al centro dell’attenzione degli investigatori, confermerebbero il coinvolgimento del 64enne in attività di tiro selettivo durante il conflitto.
L’inchiesta nata da un esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni
Tutto è partito da una denuncia dello scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Guido Salvini e Nicola Brigida, che ha fatto emergere pratiche inquietanti: gruppi di cecchini che pagavano per sparare “per divertimento” a vittime indifese come donne, anziani e bambini. I cecchini, per lo più simpatizzanti di estrema destra e appassionati di armi, si radunavano a Milano per poi partire verso Trieste e Sarajevo.
Nell’esposto c’era anche una perizia criminologica che ha tracciato un profilo preciso: uomini oggi tra i 60 e gli 80 anni, con una “psicopatia primaria”, privi di empatia o rimorso, capaci di nascondere una violenza spietata dietro un’apparente normalità. Conservano “trofei” come bossoli colorati, ricordo degli omicidi commessi, mantenendo così un legame con quel passato.
L’indagato piemontese, senza precedenti penali, è noto per aver spostato molte armi di precisione. In dichiarazioni spontanee a una giornalista, ha ammesso di aver partecipato ai “weekend di cacchinaggio” nei Balcani, lamentando però di soffrire ancora di incubi per ciò che ha fatto. Pur dichiarando di aver smesso, le indagini continuano per fare chiarezza sulle sue responsabilità.
Coordinamento europeo e prossimi passi
Il 29 giugno, alla sede di Eurojust all’Aja, si terrà un incontro tra autorità giudiziarie e forze dell’ordine italiane, belghe, bosniache, svizzere e austriache. L’obiettivo è coordinare le indagini aperte nei vari Paesi sui presunti “safari della morte”. L’attenzione è altissima, visto che si tratta di un capitolo delicato di storia recente e giustizia internazionale.
Nel frattempo, tra sequestri, memorie difensive e nuove testimonianze, l’inchiesta continua a delineare un quadro sempre più complesso di un caso che scuote la memoria sulla guerra in Bosnia e sulle responsabilità individuali che potrebbero emergere con nuove prove. Le autorità restano vigili, consapevoli del peso storico e giudiziario di quanto sta venendo alla luce.
