Sedici container pieni di acciaio balistico, un materiale che può servire tanto per scopi civili quanto militari, giacciono fermi da settimane nel porto di Gioia Tauro. Sono partiti dall’India a marzo, diretti a Israele, precisamente al porto di Haifa. Ma qui si sono arenati. La Guardia di Finanza li controlla da vicino, sospettando che la normativa italiana, che vieta il transito e il commercio di armamenti verso Paesi in conflitto, venga violata. Nel frattempo, si attende che un perito del ministero dell’Interno esamini la composizione dell’acciaio. I tempi si allungano, i container restano in attesa sulla banchina. E la tensione, intorno a questa vicenda dai contorni internazionali, non accenna a diminuire. Lo riporta Fanpage.
La situazione al porto di Gioia Tauro
Gli otto container bloccati a fine maggio sono solo una parte di un più vasto carico proveniente dall’India, precisamente dalla fabbrica R. L. Steels & Energy Ltd, nota per la produzione di acciaio balistico destinato all’industria militare. La Mediterranean Shipping Company è protagonista indiscussa: non solo ha gestito il trasporto con le sue navi MSC Siena e MSC Marie Lesclie, ma controlla anche il terminal di Gioia Tauro e il porto di Haifa, destinazione finale dei container. Altri otto container, trasportati dalla MSC Virginia e sbarcati ad aprile a Gioia Tauro, non sono stati sottoposti agli stessi controlli. Una terza nave, la Manasvi II, avrebbe dovuto partecipare al trasporto, ma l’incarico è stato revocato all’ultimo momento. Questo intreccio di spedizioni mette in luce un sistema consolidato che attraversa il Mediterraneo, gestito da una multinazionale italiana con un ruolo chiave.
Le regole italiane e il nodo della perizia tecnica
La legge 185/90, che regola l’export e il transito di materiali d’armamento, vieta il passaggio di armi verso Paesi coinvolti in conflitti o accuse di violazioni dei diritti umani. Israele rientra in questa categoria. Il problema è che l’acciaio balistico è classificato come materiale “dual use”: può servire sia a scopi civili che militari. Per questo è decisiva una perizia tecnica, ancora da effettuare, che chiarisca l’uso finale del materiale. Nel frattempo, la Guardia di Finanza ha svolto controlli accurati con macchinari a raggi X e verifiche radiometriche, confermando la natura militare del metallo. Il blocco dei container rappresenta un caso raro di applicazione concreta della legge, in un settore notoriamente complesso e poco trasparente.
Sindacati, attivisti e politici in prima linea
La vicenda non passa inosservata. Da mesi, sindacati come Usb e gruppi attivisti locali come Global Sumud Flotilla tengono alta la guardia. Hanno organizzato presidi e azioni nonviolente, sia a terra che in mare, usando fumogeni e striscioni per denunciare il coinvolgimento dei porti italiani nell’industria bellica. Anche la politica si muove: la deputata Anna Laura Orrico del Movimento 5 Stelle e l’eurodeputato Mimmo Lucano hanno chiesto chiarimenti ufficiali. Il presidio continua, mentre si chiede alle autorità trasparenza e una rapida soluzione, per evitare che l’Italia diventi complice di traffici illegali. Sullo sfondo, la voglia di difendere un futuro di pace contro quella che viene definita “economia di guerra”, che tocca da vicino il Mezzogiorno e i suoi snodi strategici.
