Giorgia Meloni rivendica il modello Albania sulla gestione dei migranti e lo collega alla Dichiarazione di Chisinau, adottata dai 46 Stati membri del Consiglio d’Europa. Secondo la presidente del Consiglio, il documento riconosce la legittimità per le nazioni di adottare “soluzioni innovative” nella gestione dei flussi migratori, compresi gli hub di rimpatrio in Paesi terzi.
La premier ha affidato ai social il suo commento, definendo il risultato “importante” e attribuendolo anche al lavoro portato avanti dall’Italia insieme alla Danimarca guidata dalla premier Mette Frederiksen. Per Meloni, la dichiarazione rappresenta un passaggio politico significativo perché confermerebbe la validità dell’impostazione sostenuta dal governo italiano negli ultimi mesi. “Quello che solo un anno fa faceva discutere — ha scritto Meloni — oggi è diventato un principio condiviso tra i 46 Stati membri del Consiglio d’Europa”.
Meloni e il riferimento agli hub in Paesi terzi sui migranti
Il riferimento diretto è al modello avviato dall’Italia in Albania, uno dei dossier più discussi della politica migratoria del governo. L’intesa con Tirana prevede la gestione in territorio albanese di alcune procedure legate ai migranti intercettati nel Mediterraneo, con l’obiettivo dichiarato di rendere più ordinata la gestione degli arrivi e rafforzare il sistema dei rimpatri.
Il progetto è stato presentato dal governo italiano come una soluzione nuova per affrontare una questione che da anni divide l’Unione europea: da un lato la necessità di controllare le frontiere esterne, dall’altro il rispetto delle garanzie previste dal diritto internazionale e dalle norme europee in materia di asilo e diritti fondamentali.
Proprio per questo il modello Albania ha suscitato fin dall’inizio un ampio confronto politico e giuridico. Meloni, però, legge la Dichiarazione di Chisinau come una conferma della direzione scelta dall’esecutivo italiano. Nella sua ricostruzione, ciò che inizialmente era stato accolto con scetticismo o critiche sarebbe ora entrato nel perimetro delle soluzioni considerate legittime a livello europeo.
Il nodo politico europeo
La dichiarazione adottata a Chisinau si inserisce in un contesto europeo segnato da una crescente pressione sul tema migratorio. Diversi governi chiedono da tempo strumenti più efficaci per limitare gli ingressi irregolari e aumentare i rimpatri, mentre resta aperto il confronto sul bilanciamento tra sicurezza, gestione dei confini e tutela dei diritti.
Per Meloni, il dato politico è netto: “L’approccio italiano a una gestione ordinata dei flussi migratori, portato avanti con serietà e coerenza dal nostro Governo, è ormai diventato anche l’approccio dell’Europa”. Una frase che conferma la volontà della premier di presentare il dossier migranti come uno dei terreni su cui l’Italia avrebbe inciso maggiormente nel dibattito continentale.
Resta da capire come questi principi saranno tradotti nelle politiche concrete dei singoli Stati e quali saranno i limiti giuridici entro cui potranno muoversi eventuali hub di rimpatrio in Paesi terzi. La Dichiarazione di Chisinau segna un passaggio politico, ma il tema continuerà a essere al centro del confronto tra governi, istituzioni europee, giuristi e organizzazioni per la tutela dei diritti umani.
Un risultato rivendicato dal governo
Il messaggio della premier punta dunque a trasformare una scelta nazionale in un elemento di indirizzo europeo. L’Italia, nella lettura di Meloni, avrebbe aperto una strada sui migranti poi riconosciuta anche dagli altri Paesi membri del Consiglio d’Europa.
La partita, tuttavia, non si esaurisce nella dichiarazione politica. Il modello degli hub in Paesi terzi dovrà confrontarsi con la sua applicazione concreta, con le verifiche giuridiche e con il quadro dei diritti garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È su questo terreno che si misurerà la reale portata del passaggio rivendicato da Palazzo Chigi.
