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L’allarme di Draghi: “Siamo rimasti soli, l’Europa si svegli”

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Un primo piano di Mario Draghi

Shutterstock.com

Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Il tempo del pericolo è anche il tempo del risveglio, e nella sua inedita solitudine l’Europa potrà rifondarsi. Il nuovo monito di Mario Draghi questa volta ha avuto il neogotico municipio di Aquisgrana come scenografia. E’ il giorno dell’Ascensione, ma, nella città della Cappella Palatina, è soprattutto il giorno della consegna del Premio Carlo Magno all’ex presidente della Bce. Un riconoscimento al passato e al presente, ha sottolineato la giuria. Draghi ha risposto non limitandosi alla diagnosi della malattia dell’Ue.

Il discorso di Draghi

In un intervento tanto lungo quanto applaudito ha puntellato una ricetta economica e politica per la nuova Europa. Partendo da un presupposto: gli Stati Uniti, per come li conoscevamo, non ci sono più, e potrebbero non garantire più la sicurezza del continente. “Per la prima volta a memoria d’uomo siamo davvero soli, insieme”, è stato il messaggio ultimativo inviato da Draghi ai leader del continente. Mai come in queste ore le sue parole sono sembrate aderenti alla realtà.

A migliaia di chilometri di distanza Donald Trump e Xi Jinping hanno sigillato un nuovo bipolarismo che fa dell’aggressività la sua cifra distintiva. Parallelamente, il Pentagono ha annunciato la sospensione del dispiegamento in Europa di circa quattromila militari americani. Di fronte al gotha europeo, ad una platea composta – tra gli altri – da Ursula von der Leyen, Friedrich Merz, Kyriakos Mitsotakis e Christine Lagarde – Draghi ha tradotto l’evidenza in parole. “Il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile. L’Europa ha cercato la negoziazione e il compromesso. Per lo più non ha funzionato. Per ora, l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque”, ha sottolineato l’ex premier in quella che ha tanti è sembrata una frecciata a von der Leyen e Merz. E non è stata l’unica. La strategia di diversificazione commerciale, plaudita dalla Germania e voluta dalla presidente della Commissione, per Draghi non basta. Porterà, se tutto va bene, lo 0,5% del Pil in più.

L’Europa in pericolo

“E soprattutto “se l’apertura rimane la nostra unica risposta – ha rimarcato – diventa l’assenza di una decisione”. L’Europa è sola e in pericolo. Sconta un gap tecnologico che rischia di lasciarla per sempre indietro. Ha colpevolmente ritardato il perfezionamento del mercato unico. Ha subito una crescente dipendenza strategica ed è troppo esposta alla domanda estera. La diagnosi di Draghi, anche ad Aquisgrana, è stata durissima. L’agenda messa in campo finora da Bruxelles non è sufficiente. Per l’ex premier italiano mercato unico e rafforzamento della politica industriale devono correre assieme, “rafforzandosi a vicenda”. Il Made in Europe non deve riguardare solo la produzione, ma innanzitutto la domanda. Nell’Unione di Draghi non c’è spazio per i capricci dei Frugali:” laddove ci troviamo di fronte a sfide veramente comuni, come l’energia e la difesa – ha sottolineato – dovremmo rimanere aperti a un indebitamento europeo comune”.

La ricetta indicata da Draghi, tuttavia, non è solo economica. La replica agli Usa, per lui, passa anche dalla difesa comune. “Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio”, ha sottolineato, indicando due opzioni: la formazione di coalizioni di Paesi che condividono minacce simili e il” dare sostanza” alla clausola di mutua difesa, ovvero all’articolo 42.7 dei Trattati. Creando così una struttura di sicurezza che è complementare alla Nato. L’Europa, per Draghi, deve agire “con coraggio”. E per farlo deve superare il quorum dell’unanimità. Serve “un federalismo pragmatico” che permetta a gruppi di Paesi di “essere liberi di andare avanti”. “Alcune iniziative funzioneranno; altre no. Ecco perché è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali”, ha scandito il Professore. Ai leader europei, ancora una volta, Draghi “ha chiesto un passo in più”, perché sono i cittadini a chiederlo. “Persino i partiti che hanno costruito la loro identità sulla sovranità nazionale riconoscono ora che nessuna nazione europea può difenderla da sola”, ha osservato. Un misto di pioggia e vento ha accolto, all’uscita dal municipio, volti sorridenti ma pensierosi. Per alcuni di loro il compito di Draghi nell’Ue non si è concluso.

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