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Artemis 2 completa il rientro: splashdown nel Pacifico, equipaggio recuperato senza problemi

La missione Artemis 2 si conclude con successo: la navicella Orion rientra sulla Terra dopo un viaggio di dieci giorni tra Terra e Luna, superando sfide tecniche e momenti critici

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NASA Artemis II Crew Lands Back On Earth | ANSA

Vittorio De Bellaro di Vittorio De Bellaro

Giornalista e autore per Alanews.it, si occupa di attualità, politica, economia e società con particolare attenzione all’analisi dei fatti e alla verifica delle fonti. Il suo lavoro si concentra sulla cronaca e sull’approfondimento dei temi che influenzano il dibattito pubblico, con uno stile chiaro, rigoroso e orientato alla comprensione dei fenomeni contemporanei. Attraverso articoli, analisi e contenuti multimediali contribuisce alla produzione editoriale di Alanews, seguendo i principali eventi nazionali e internazionali e raccontandoli con un approccio informativo indipendente e basato sui principi del giornalismo professionale.

Alle 2:07 del mattino dell’11 aprile 2026, ora italiana, la navicella Orion ha toccato le acque dell’oceano Pacifico, a poche miglia da San Diego. Dopo dieci giorni tra Terra e Luna, Artemis 2 è tornata a casa. A bordo, gli astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, in perfetta salute, sono stati subito accolti dalla nave USS John P. Murtha. La navicella ha sfidato l’atmosfera a quasi 40.000 km orari, un rientro seguito in diretta dalla NASA, che ha definito tutto “perfetto e preciso”. Non sono mancati momenti di tensione: un blackout radio improvviso e manovre complesse per l’orientamento hanno messo alla prova l’equipaggio, che però ha superato tutto con sicurezza e sangue freddo.

Alle 1:33 ora italiana, Orion ha staccato il modulo di servizio europeo, che senza scudo termico è destinato a bruciare nell’oceano. Da quel momento la capsula si è preparata a rientrare nell’atmosfera terrestre, affrontando una delle fasi più critiche. Alle 1:53, a circa 122 km di quota, la navicella ha subito una forza di quasi 4 G, quasi quattro volte la gravità a cui siamo abituati. È iniziato allora un blackout radio di circa sei minuti: il plasma incandescente generato dal passaggio supersonico ha bloccato tutte le comunicazioni, lasciando l’equipaggio nel silenzio assoluto.

La velocità massima toccata durante il rientro è stata di 38.367 km/h, un po’ meno del record stabilito da Apollo 10, ma comunque un risultato notevole per i tempi moderni. Per circa otto minuti, Orion è stata una vera “palla di fuoco”, con temperature esterne che hanno superato i 2.700 °C. A salvare la situazione è stato lo scudo termico, realizzato con materiali resistenti al calore, e una traiettoria studiata per ridurre al minimo l’esposizione al calore. Durante questo passaggio, la navicella si è orientata da sola, puntando la parte protetta dallo scudo verso il flusso dell’aria.

Paracadute e airbag: l’atterraggio morbido sulle onde Del Pacifico

Dopo il passaggio nell’atmosfera, Orion ha iniziato a rallentare con un sistema di paracadute molto complesso. Undici in totale, di quattro tipi diversi, che garantiscono stabilità e decelerazione graduale fino all’ammaraggio.

La frenata è partita intorno ai 7.000 metri di quota, con l’apertura dei primi tre paracadute in kevlar. Poi sono entrati in gioco due paracadute guida, che hanno mantenuto la traiettoria della capsula. A circa 2.700 metri si sono aperti i tre paracadute principali, portando la velocità d’impatto sotto i 30 km/h, per un atterraggio morbido sull’acqua. Ogni tipo di paracadute ha sistemi di sicurezza ridondanti, in modo da gestire eventuali guasti senza mettere a rischio l’equipaggio.

Al momento dell’ammaraggio, alle 2:07, si sono gonfiati gli airbag sulla parte superiore della capsula, per stabilizzarla anche in caso di mare mosso e facilitare il recupero. La “veranda” gonfiabile davanti, pensata per aiutare gli astronauti a salire su gommoni ed elicotteri, ha subito qualche rallentamento a causa di correnti marine più forti del previsto, ma senza pericoli per nessuno.

April 10, 2026, Frisco, Texas, USA Spectators watch the Artemis II return to earth during the Artemis II return watch party
April 10, 2026, Frisco, Texas, USA Spectators watch the Artemis II return to earth during the Artemis II return watch party | ANSA

Astronauti in salute sulla USS John P. Murtha, applausi e festeggiamenti

Entro un’ora dall’ammaraggio, i quattro astronauti erano già a bordo della USS John P. Murtha, recuperati con le procedure consolidate che prevedono l’uso di elicotteri e verricelli. Nessuno ha avuto bisogno di sedia a rotelle: l’ultimo a uscire dalla capsula è stato il comandante Reid Wiseman, seguito da Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Tutti sembravano sereni, hanno salutato e applaudito chi li aspettava. Dopo i primi controlli medici rapidi nella capsula, ora sono in corso visite più approfondite con medici specializzati.

Il primo ministro canadese Mark Carney ha inviato un messaggio di congratulazioni a Hansen e a tutta la squadra, parlando di “impresa storica”. A San Diego, gli appassionati hanno festeggiato al Air & Space Museum di Balboa Park, seguendo la missione in diretta. La NASA, da parte sua, ha espresso grande orgoglio per il risultato, elogiando equipaggio e squadre a terra e in mare.

Un passo avanti per la scienza: dati preziosi e scudo termico sotto esame

Artemis 2 ha portato gli astronauti più lontano dalla Terra dai tempi delle missioni Apollo, toccando i 406.771 km durante il sorvolo lunare. Anche se non è entrata in orbita attorno alla Luna né è atterrata, la navicella ha raccolto immagini e campioni di grande valore, permettendo di osservare il lato nascosto del nostro satellite con dettagli mai visti prima. Gli astronauti sono stati esposti a livelli elevati di radiazioni cosmiche, un aspetto che la NASA studierà con attenzione grazie ai sensori sulla capsula, ai campioni biologici e ai monitoraggi fisiologici fatti durante tutta la missione.

Una delle sfide principali è stata la gestione dello scudo termico, già problematico durante Artemis 1 nel 2022. Per limitare i rischi, il rientro è stato fatto con una traiettoria più verticale, così da ridurre il tempo di esposizione al calore. Nonostante qualche preoccupazione, lo scudo ha protetto l’equipaggio nei momenti più difficili.

Il modulo di servizio europeo, con componenti costruiti anche in Italia da Thales Alenia Space, ha garantito supporto vitale e propulsione fino alla separazione prima dell’ingresso in atmosfera, per poi bruciare nella fascia superiore.

Ultime ore nello spazio e occhi puntati sul futuro lunare

Dopo dieci giorni nello spazio profondo, l’equipaggio ha affrontato le ultime ore a bordo di Orion con calma e concentrazione. La spinta finale per correggere la rotta verso la Terra è avvenuta poco prima delle 21:00 del 10 aprile, con un’accensione dei propulsori di otto secondi che ha sistemato la velocità per lo splashdown.

L’obiettivo della missione resta quello di testare i sistemi di sicurezza, supporto vitale e manovra della navicella, aprendo la strada a una nuova era di esplorazioni lunari e viaggi nello spazio profondo. Intanto, si guarda già alle prossime missioni, che puntano alla costruzione di basi lunari e al ritorno dell’uomo sulla superficie della Luna entro il 2028. Artemis 2 ha dimostrato che si può viaggiare più lontano di quanto fatto in quasi cinquant’anni, tracciando la rotta per il nostro futuro nello spazio.

Un viaggio seguito da molti in diretta, con la consapevolezza che ogni tappa è stata una pagina scritta nella storia dell’esplorazione umana oltre il nostro pianeta.

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