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Iran, la guerra fa salire il prezzo di gas e petrolio: la situazione

Lo scoppio della guerra in Iran fa salire il prezzo di gas e petrolio: tensioni sullo Stretto di Hormuz, rincari energetici e timori per la sicurezza

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Le conseguenze su petrolio e gas della guerra in Iran

Le conseguenze su petrolio e gas della guerra in Iran | Pixabay @omada - alanews

Federico Liberi di Federico Liberi

Laureato in Psicologia e Processi Sociali, sono sempre stato affascinato dalla scrittura. Dal 2023 lavoro nel mondo del copywriting dove mi occupo, oltre che di viaggi, salute, attualità e molto altro, di due delle mie passioni più grandi: il calcio e il tennis.

Teheran, 2 marzo 2026 – L’escalation militare tra Israele e Iran continua a scuotere i mercati energetici globali, con ripercussioni significative sui prezzi di petrolio e gas naturale e sulle dinamiche geopolitiche legate allo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo. Gli ultimi attacchi israeliani contro impianti nucleari e militari iraniani e la risposta con droni da parte di Teheran hanno spinto i prezzi del greggio oltre gli 80 dollari al barile, alimentando timori di un’interruzione nelle forniture energetiche globali.

L’importanza strategica dello Stretto di Hormuz e il ruolo dell’Iran nel mercato energetico

Lo Stretto di Hormuz, un corridoio marittimo lungo circa 60 km e largo 30 km, rappresenta un nodo cruciale per il commercio mondiale di energia. Attraverso questo stretto passa circa il 21% del petrolio trasportato via mare e il 25% del gas naturale liquefatto (GNL). La maggior parte di questo flusso è diretta verso i mercati asiatici, con la Cina, l’India, il Giappone e la Corea del Sud come principali importatori. L’Iran, con una produzione giornaliera di circa 3,3 milioni di barili di greggio, di cui 1,7 milioni destinati all’export, esercita una pressione geopolitica significativa sulla regione, soprattutto perché una parte dello Stretto ricade nelle sue acque territoriali.

Nonostante l’Iran rappresenti circa il 3% dell’offerta petrolifera mondiale, l’eventuale blocco dello Stretto da parte di Teheran sarebbe un evento dirompente: il mercato rischierebbe un forte shock, con prezzi del petrolio che potrebbero schizzare fino a 120 dollari al barile in uno scenario di interruzione completa, secondo gli analisti di Barclays e Icis.

Guerra in Iran: impatti economici e reazioni dei mercati globali

Gli attacchi israeliani e le successive risposte iraniane hanno provocato un immediato rialzo del prezzo del Brent, che dopo un’impennata iniziale del 13%, si è stabilizzato tra i 65 e i 80 dollari al barile. L’incertezza geopolitica ha inoltre causato una crescita del prezzo del gas naturale, soprattutto in Europa, dove il Qatar rappresenta il principale fornitore di GNL e il cui traffico attraversa proprio lo Stretto di Hormuz. Per l’Italia, che importa circa il 45% del gas via mare proprio dall’emirato, l’aumento delle quotazioni si traduce in un incremento dei costi energetici, con effetti diretti su bollette e carburanti e conseguenti pressioni inflazionistiche sul sistema economico nazionale.

Sul fronte finanziario, le Borse europee hanno perso complessivamente 185 miliardi di euro in capitalizzazione in una sola seduta, con il Ftse Mib di Milano in calo dell’1,75%. I titoli di Stato americani hanno registrato un lieve aumento dei rendimenti, segno di un mercato ancora incerto sul ruolo dei titoli di Stato come bene rifugio nell’attuale contesto geopolitico. Tuttavia, la produzione statunitense di petrolio da scisti (“shale oil”) ha beneficiato di prezzi più favorevoli, rivelandosi un elemento di stabilizzazione per il mercato globale.

Le implicazioni geopolitiche e politiche delle tensioni in Medio Oriente

La crisi attuale si inserisce in un quadro di tensioni storiche tra Iran e Israele, acuite negli ultimi mesi da attacchi mirati e controffensive con droni. Israele ha dichiarato lo stato di emergenza definendo le proprie operazioni “preventive”, mentre l’Iran valuta con attenzione le proprie risposte per evitare un conflitto più ampio che coinvolgerebbe direttamente gli Stati Uniti, accusati da Teheran di complicità con le azioni israeliane.

Questa situazione ha inoltre complicato i negoziati nucleari, già in stallo, e ha isolato ulteriormente l’Iran sul piano internazionale, soprattutto dopo le prese di posizione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Il rischio di una produzione iraniana di armi nucleari entro pochi mesi rimane una minaccia concreta per l’equilibrio regionale, con possibili interventi militari statunitensi su cui si registra una forte attenzione globale.

Dal punto di vista energetico, la possibilità di un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz farebbe emergere la limitatezza delle alternative di trasporto, nonostante gli oleodotti alternativi di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, la cui capacità libera copre solo una parte del traffico marittimo abituale.

Le prospettive per le banche centrali e l’economia globale

L’incremento dei prezzi del petrolio e del gas mette sotto pressione le politiche monetarie delle principali banche centrali. La Federal Reserve, che aveva ipotizzato di mantenere tassi invariati nel terzo trimestre del 2026, dovrà probabilmente rivedere la propria strategia a fronte dell’inflazione alimentata dai costi energetici. Anche la Banca Centrale Europea si trova in una posizione delicata, con il rischio crescente di stagflazione per l’Eurozona in caso di prolungata instabilità energetica.

Le tensioni in Medio Oriente amplificano le preoccupazioni già esistenti legate alla fiducia degli investitori, rallentamento degli investimenti e aumento della propensione al risparmio da parte dei consumatori. Il quadro geopolitico resta dunque altamente instabile, con impatti che si riverberano ben oltre il solo mercato energetico, estendendosi alla crescita economica globale e alla stabilità finanziaria internazionale.

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