Milano, 28 febbraio 2026 – La crescente tensione tra Iran, Stati Uniti e Israele riporta al centro dell’attenzione internazionale lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico cruciale per il transito di petrolio e gas naturale. Gli analisti finanziari lanciano l’allarme su uno scenario potenzialmente catastrofico: una possibile chiusura dello stretto da parte di Teheran potrebbe avere ripercussioni drammatiche sui mercati globali, con un’impennata dei prezzi delle materie prime energetiche.
La Produzione e l’Esportazione di Petrolio Iraniano
L’Iran produce attualmente circa 3,3 milioni di barili di petrolio al giorno, una cifra in aumento rispetto ai meno di 2 milioni del 2020, nonostante le sanzioni internazionali che continuano a limitare il paese. La Repubblica Islamica è riuscita a sviluppare strategie per aggirare tali restrizioni, indirizzando circa il 90% delle sue esportazioni verso la Cina. I giacimenti principali si trovano nella provincia del Khuzestan, con Ahvaz, Marun e il cluster di West Karun come principali fonti. La raffinazione avviene in impianti storici come quello di Abadan, operativo dal 1912 e capace di processare oltre 500.000 barili al giorno, oltre che nelle raffinerie di Bandar Abbas, Persian Gulf Star e nella capitale Teheran. Il terminal dell’isola di Kharg, nello Stretto di Hormuz, rappresenta il principale snodo logistico per le spedizioni, dove recentemente si è verificata un’esplosione secondo la stampa locale.
Lo Scenario di Chiusura dello Stretto di Hormuz e le Ripercussioni sui Mercati
Teheran ha minacciato di chiudere lo Stretto in risposta agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele, una misura estrema mai attuata finora. Gli esperti definiscono questo come uno scenario da incubo per i mercati globali, poiché dallo Stretto transita quasi un terzo del petrolio mondiale e un quinto del gas naturale liquefatto (GNL). Nel giugno scorso, durante una fase di conflitto tra Iran e forze occidentali, il prezzo del greggio Brent aveva superato gli 80 dollari al barile, ma la stabilizzazione delle infrastrutture regionali aveva poi calmierato i mercati.
Attualmente il Brent quota intorno a 73 dollari al barile, ma gli analisti prevedono una possibile impennata dei prezzi. Secondo Ziad Daoud, capo economista di Bloomberg Economics, ogni riduzione dell’1% dell’offerta di petrolio si traduce in un aumento dei prezzi del 4%. Oxford Economics ha avvertito che il greggio potrebbe raggiungere i 130 dollari al barile, mentre previsioni più pessimistiche stimano un possibile picco fino a 200 dollari in caso di chiusura effettiva dello Stretto.
Le autorità iraniane rimangono incerte. Mentre il Parlamento di Teheran ha deciso per la chiusura, la decisione finale spetta al Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Gli Stati Uniti considerano tale mossa un atto “suicida” per l’economia iraniana, poiché lo stretto rappresenta la via più veloce e strategica per le esportazioni energetiche verso l’Asia, in particolare verso la Cina, principale destinataria.
Il rischio di un’escalation militare e il possibile blocco dello Stretto di Hormuz rappresentano dunque un elemento di grande preoccupazione per la stabilità energetica globale e per i mercati finanziari internazionali, con impatti diretti anche sull’economia italiana e europea, ancora fortemente dipendenti dalle forniture energetiche provenienti da questa regione.
