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Attacco Usa a Iran, resistenze nell’entourage di Trump

Tensioni crescenti tra Washington e Teheran: divisioni nell’amministrazione USA, dubbi a Tel Aviv e rischio escalation mentre proseguono i negoziati diplomatici

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Trump sulla situazione in Iran

Trump sulla situazione in Iran | Shutterstock - alanews

Marco Andreoli di Marco Andreoli

Classe 1999, ho studiato Storia alla Statale di Milano. Dal 2021 scrivo per diverse testate, dal calcio dilettantistico per Sprint e Sport, alla cronaca nazionale per Il Giornale d'Italia, mantenendo anche un focus particolare sugli Esteri.

Washington, 25 febbraio 2026 – Lo scenario geopolitico mediorientale rimane altamente teso, con il presidente statunitense Donald Trump che mantiene un atteggiamento bellicoso nei confronti dell’Iran, mentre emergono importanti reticenze all’interno del suo stesso inner circle, in particolare da parte del capo dello Stato Maggiore Congiunto, generale Dan Caine. L’analisi di queste dinamiche è cruciale per comprendere i possibili sviluppi di un conflitto che potrebbe avere impatti globali.

Resistenze interne all’azione militare contro l’Iran

Secondo fonti attendibili riportate da Axios e Antiwar, il generale Dan Caine – nominato da Trump nel 2025 a capo dello Stato Maggiore Congiunto dopo una brillante carriera come pilota di F-16 e dirigente militare – si conferma un “guerriero riluttante” riguardo a un intervento militare diretto contro l’Iran. Caine, che ha già guidato operazioni speciali in Medio Oriente, ha espresso forti preoccupazioni circa il rischio di un conflitto prolungato che potrebbe causare pesanti perdite americane e uno svuotamento delle scorte belliche statunitensi, già messe a dura prova durante la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, in cui gli Stati Uniti hanno difeso Israele con massiccio impiego di intercettori missilistici.

Il vicepresidente J.D. Vance condivide in parte lo scetticismo, anche se si ritiene che nessuno all’interno dell’amministrazione osi contraddire apertamente le decisioni di Trump. Quest’ultimo, da parte sua, ha pubblicamente smentito qualsiasi esitazione o ipotesi di “attacco limitato” a cui l’Iran aveva reagito minacciando una risposta totale e irreversibile, anche contro Israele.

Anche Lindsey Graham, noto portavoce dei neoconservatori, ha confermato che vi sono consigli divergenti nel cerchio presidenziale, ma ha esortato Trump a perseguire con decisione un’azione militare, giustificando eventuali perdite statunitensi come un male necessario per evitare conseguenze peggiori.

Le richieste di Trump a Teheran e la risposta iraniana

Le recenti dichiarazioni del presidente Trump ribadiscono la disponibilità degli Stati Uniti a intraprendere un’azione militare rapida e violenta qualora l’Iran non accetti tre condizioni fondamentali: cessare definitivamente ogni arricchimento di uranio, limitare la gittata e il numero dei missili balistici e interrompere il supporto alle milizie proxy come Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Non è invece presente alcun riferimento alle repressioni interne contro i manifestanti iraniani, malgrado l’attenzione internazionale sulle violenze in corso.

Teheran, dal canto suo, ha risposto con durezza, ribadendo che qualunque attacco sarà considerato l’inizio di una guerra totale, con una risposta immediata che coinvolgerà anche Israele. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sottolineato che la diplomazia non può avere successo attraverso la coercizione militare e ha avvertito che un conflitto si trascinerebbe ben oltre le scadenze fissate dalla propaganda israeliana e americana. Il regime iraniano appare dunque poco disposto a cedere sulle sue capacità missilistiche e sul sostegno ai gruppi armati regionali, sebbene la difficile situazione economica possa influenzare alcune sue scelte future.

Dubbi e incertezze a Tel Aviv e sul fronte diplomatico

Oltre alle resistenze interne statunitensi, anche a Tel Aviv si avvertono segnali di preoccupazione e incertezza. Fonti israeliane riferiscono che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha espresso dubbi circa la determinazione di Trump, chiedendosi se gli Stati Uniti siano ancora un alleato affidabile in questa fase critica. Le pressioni di Trump per una de-escalation nella guerra di Gaza sembrano indicare un tentativo di evitare l’apertura di un nuovo fronte difficile da gestire.

Parallelamente, proseguono i negoziati diplomatici tra Stati Uniti e Iran, con un nuovo round previsto a breve, che mantiene aperte le possibilità di una soluzione negoziata, sebbene il clima rimanga estremamente teso e incerto.

Le analisi più recenti, inoltre, evidenziano come le minacce nucleari iraniane, spesso enfatizzate da alcuni commentatori e analisti, risultino per ora non supportate da evidenze concrete: fonti autorevoli hanno smentito la reale disponibilità iraniana a costruire armi atomiche nel breve termine, mettendo in guardia contro la propaganda bellicista che mira a giustificare un intervento militare.

Nel complesso, la situazione appare contraddistinta da un delicato equilibrio tra intimidazioni strategiche, resistenze interne e pressioni diplomatiche, con la possibilità che la cosiddetta “teoria del pazzo”, secondo cui Trump potrebbe adottare comportamenti imprevedibili per rafforzare la propria posizione negoziale, giochi un ruolo centrale in questa fase.

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