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Cibi ultraprocessati, gli esperti: “Una priorità globale per la salute pubblica”

Cresce l’allarme per il consumo di cibi industriali ricchi di additivi e poveri di nutrienti: esperti internazionali chiedono azioni globali per tutelare la salute pubblica

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California, stop ai cibi ultra processati nelle mense scolastiche entro il 2029

California, stop ai cibi ultra processati nelle mense scolastiche entro il 2029

Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Roma, 10 dicembre 2025 – Negli ultimi anni il tema degli alimenti ultra processati ha assunto una centralità crescente nel dibattito scientifico e sanitario globale. A sottolinearne l’importanza è stata recentemente una serie di articoli pubblicata su Lancet, che ha riunito il contributo di 43 esperti internazionali, proponendo un’azione globale paragonabile a quella contro il tabacco negli anni Ottanta. Oggi, a quasi un decennio dalla prima definizione, è possibile fare il punto sugli effetti di questi prodotti, sulle evidenze scientifiche aggiornate e sulle strategie per ridurne l’impatto sulla salute pubblica.

La definizione e la classificazione degli alimenti ultra processati

La distinzione degli alimenti secondo il livello di lavorazione è stata ideata dal professor Carlos Monteiro, docente dell’Università di San Paolo, che nel 2009 ha proposto la classificazione NOVA. Essa suddivide gli alimenti in quattro gruppi: cibi freschi o minimamente processati (NOVA1), ingredienti culinari (NOVA2), alimenti processati (NOVA3) e infine gli ultra processati (NOVA4). Questi ultimi sono caratterizzati dalla presenza di numerosi additivi, elevate quantità di zuccheri, grassi saturi e sale, e da ingredienti a basso costo e scarsamente nutritivi. La lavorazione industriale mira a renderli “iper-palatabili” e adatti al consumo rapido, spesso a discapito della qualità nutrizionale.

Secondo Monteiro, che continua a guidare la ricerca in questo campo, gli ultra processati stanno sostituendo le tradizioni alimentari locali in tutto il mondo, con percentuali di calorie provenienti da questi prodotti che negli ultimi quarant’anni sono cresciute significativamente: ad esempio, negli Stati Uniti e nel Regno Unito superano stabilmente il 50% dell’apporto calorico giornaliero, mentre in paesi come Spagna, Brasile e Messico si registra un trend in forte crescita.

California, stop ai cibi ultraprocessati nelle mense scolastiche entro il 2029
Alimenti ultraprocessati | alanews.it

Rischi per la salute confermati da studi internazionali

È ormai consolidato che il consumo elevato di alimenti ultra processati è associato a un aumento del rischio di numerose malattie croniche. Una revisione di oltre 100 studi a lungo termine ha evidenziato danni a vari organi e tessuti, con collegamenti certi a patologie come obesità, diabete tipo 2, malattie cardiovascolari, depressione, tumori e mortalità precoce. In particolare, studi recenti come quelli pubblicati sul British Medical Journal hanno confermato un aumento di circa il 30% del rischio di tumore del colon-retto legato all’eccessivo consumo di cibi ultra processati, anche in popolazioni con abitudini alimentari tradizionalmente più salutari come quella italiana.

I meccanismi biologici alla base di questi effetti nocivi sono molteplici. Oltre all’elevato contenuto calorico e alla scarsità di nutrienti essenziali come fibre e vitamine, gli ultra processati contengono additivi con potere infiammatorio, dolcificanti artificiali, emulsionanti, coloranti, e possono sviluppare sostanze tossiche o cancerogene durante i processi industriali o di riscaldamento (ad esempio acrilamide e nitrosamine). Inoltre, alterano il microbiota intestinale, aumentando la permeabilità della mucosa e favorendo risposte immunitarie infiammatorie che possono contribuire allo sviluppo di malattie autoimmuni e infiammatorie croniche.

Strategie di intervento e sfide per la salute pubblica

Nonostante la crescente evidenza scientifica, le politiche adottate finora per limitare il consumo di ultra processati sono risultate insufficienti. Come sottolineano gli esperti Gyorgy Scrinis (Università di Melbourne) e Marion Nestle (New York University), affidarsi unicamente alla responsabilità individuale e alla buona volontà delle aziende si è dimostrato inefficace. La presenza capillare di questi prodotti nei supermercati, nei fast food e nelle mense pubbliche, unita a campagne pubblicitarie aggressive, limita fortemente il potere di scelta dei consumatori.

Tra le proposte più concrete vi sono: l’introduzione di etichette chiare e frontali sui prodotti, restrizioni rigorose al marketing, in particolare rivolto ai bambini anche sui canali digitali, e il divieto di pubblicità in luoghi pubblici come scuole e ospedali. Alcuni paesi, come il Brasile, hanno già avviato misure di contrasto, eliminando gli ultra processati dalle mense scolastiche e puntando a fornire almeno il 90% di calorie da alimenti freschi o minimamente processati entro il 2026.

Un’altra sfida riguarda il potere economico delle grandi aziende produttrici di ultra processati, che generano ricavi annui di circa 1,9 trilioni di dollari, controllando più della metà del mercato alimentare globale. Queste imprese esercitano una forte influenza politica e sociale, ostacolando con lobbismo, sponsorizzazioni strategiche e campagne di disinformazione ogni tentativo di regolamentazione più stringente.

Il ruolo dell’informazione e dell’educazione alimentare

In Italia, come in altri paesi, il consumo di alimenti ultra processati è in aumento: tra il 2005 e il 2020 è passato dal 12% al 23% dell’apporto energetico medio. La direttrice del Reparto Alimentazione, Nutrizione e Salute dell’ISS, Laura Rossi, evidenzia che la diffusione di questi prodotti riguarda anche alimenti spesso ritenuti sani, come alcuni yogurt dolci o cereali per la colazione, che sono però ultra lavorati.

Gli esperti consigliano di privilegiare il consumo di alimenti freschi o minimamente processati, come frutta, verdura, cereali integrali, legumi, pesce e carni magre, e di imparare a leggere con attenzione le etichette per riconoscere la presenza di additivi e la complessità degli ingredienti. Piccoli cambiamenti nelle abitudini quotidiane, come sostituire uno snack confezionato con un frutto o uno yogurt naturale, possono avere un impatto significativo sulla salute nel lungo termine.

Inoltre, è fondamentale educare i più giovani fin dai primi mesi di vita a uno stile alimentare sano e consapevole, per prevenire abitudini alimentari scorrette che potrebbero consolidarsi negli anni successivi.

L’importanza di un approccio multidisciplinare e globale

Affrontare efficacemente la questione degli ultra processati richiede un approccio che coinvolga non solo la nutrizione, ma anche aspetti legali, di comunicazione, marketing e politica sanitaria. Solo una collaborazione tra professionisti esperti in questi settori potrà riequilibrare il sistema alimentare globale, promuovendo modelli di consumo sostenibili e salutari.

Come afferma Carlos Monteiro, gli ultra processati rappresentano una priorità di sanità pubblica a livello mondiale e richiedono interventi coordinati che vadano oltre le singole iniziative nazionali, per tutelare la salute delle popolazioni e dell’ambiente in modo duraturo.

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