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Multa da 40 mila euro per gli audio della famiglia Gambirasio trasmessi nel film di Netflix

Le conversazioni private intercettate dai carabinieri utilizzate nel film di Netflix sull’omicidio della giovane di Brembate: per il Garante della Privacy non andavano trasmesse

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Una foto di Yara Gambirasio

Una foto di Yara Gambirasio | ANSA/ GIAMPAOLO MAGNI - Alanews.it

Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Milano, 1 dicembre 2025 – Una multa da 40 mila euro, un mese di tempo per pagare o presentare ricorso e 46 file audio al centro della vicenda: sono questi gli elementi del provvedimento con cui il Garante della Privacy ha sanzionato la società Quarantadue srl, produttrice della docu-serie Il caso Yara – Oltre ogni ragionevole dubbio, trasmessa su Netflix sul caso della giovane Yara Gambirasio. Gli audio, ha stabilito l’Autorità, non potranno più essere diffusi.

Yara Gambirasio, le conversazioni “incriminate”

Si tratta delle conversazioni private della famiglia Gambirasio, registrate dai carabinieri nel periodo in cui Yara era scomparsa e non ancora ritrovata. Tra esse figurano i messaggi lasciati dalla madre Maura sulla segreteria telefonica della figlia tredicenne e le telefonate tra i genitori durante le concitate giornate delle ricerche. La ragazza era sparita da Brembate di Sopra il 26 novembre 2010 e fu rinvenuta senza vita tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola.

I file – 24 trasmessi nel primo episodio, 19 nel secondo e 3 nel terzo – erano stati intercettati durante le indagini ma mai utilizzati nel processo che ha portato alla condanna all’ergastolo di Massimo Giuseppe Bossetti, confermata in Cassazione. Gli avvocati Enrico Pelillo e Andrea Pezzotta, che rappresentano i coniugi Gambirasio, hanno presentato un reclamo il 24 settembre 2024, denunciando un’“intrusione arbitraria” nella loro sfera privata e la diffusione di conversazioni non ammesse nei tre gradi di giudizio, con l’obiettivo di “solleticare la morbosa attenzione degli spettatori”.

 

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La risposta dei produttori della docu-serie e la delibera del Garante

I produttori della docu-serie avevano invocato la “legittima espressione del diritto di cronaca”, ricordando di aver offerto alla famiglia la possibilità di partecipare al progetto – proposta rifiutata – e di aver utilizzato materiali tratti da atti giudiziari depositati e in parte già resi pubblici. Nelle loro intenzioni, gli audio avrebbero dovuto restituire la quotidianità familiare della vittima.

Il Garante, tuttavia, ha ritenuto che fosse stato superato il limite dell’essenzialità dell’informazione: gli autori avrebbero impiegato contenuti non necessari alla ricostruzione dei fatti, violando i principi di liceità e minimizzazione previsti dalla normativa e le regole deontologiche dei giornalisti. Non è la prima volta che l’Autorità richiama i media sul caso Yara, ma questo rappresenta il primo provvedimento diretto contro una produzione specifica.

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