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Incredibile Curacao: si qualifica per i Mondiali! Loro sì, noi forse no… ancora

La piccola isola dei Caraibi giocherà per la prima volta nella sua storia la rassegna iridata e sarà lo Stato più piccolo di sempre a parteciparvi

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La gioia dei tifosi di Curaçao per essersi qualificati ai Mondiali

La gioia dei tifosi di Curaçao per essersi qualificati ai Mondiali | EPA/Marco van der Caaij

Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Qualcuno storcerà il naso: Curacao (Curaçao) sì, l’Italia forse no. Ma tra il dire e il fare c’è un “forse” che cambia tutto. Per l’Italia, il percorso passa da una semifinale in casa contro una tra Svezia, Macedonia del Nord, Romania o Irlanda del Nord e, poi, da una finale in campo neutro contro una fra Polonia, Galles, Repubblica Ceca, Slovacchia, Irlanda, Albania, Bosnia o Kosovo.

La favola di Curacao

Curacao invece ce l’ha fatta. Va ai Mondiali insieme alle altre due nazionali del Centro America qualificate nella notte: Panama nel gruppo A e Haiti nel gruppo C. E proprio Haiti riporta alla memoria l’oscurità dei Mondiali del ’74, il gol di Sanon a Zoff e l’eliminazione al primo turno dopo l’1-1 con l’Argentina e il 2-1 rimediato dalla Polonia, che fece scandalo e spinse Giovanni Arpino a scrivere Azzurro Tenebra.

Curacao sì, ed è come se ai Mondiali arrivasse il Rimini: un territorio con 150 mila abitanti, la nazione più piccola di sempre a qualificarsi. Il primato di Capo Verde è durato pochissimo. Un’isola dei Caraibi a 40 miglia dal Venezuela, così ridotta che in città come Milano o Roma entrerebbe tre volte.

Il merito di questa storia inattesa si lega a Dick Advocaat, uno dei tanti tecnici olandesi che hanno girato il mondo vivendo di calcio. Ha 78 anni e i Mondiali li ha già conosciuti: nel 1994 alla guida dell’Olanda, nel 2006 su quella della Corea del Sud. Per chi ama i segnali, può perfino sembrare un buon auspicio: ogni volta che Advocaat è ai Mondiali, l’Italia finisce a giocarsi la finale ai rigori (e se l’ultimo lo calcia Grosso, li vinciamo pure).

Da gennaio 2024 è alla guida di Curaçao e ha centrato la qualificazione chiudendo con uno 0-0 in Giamaica, dove speravano di trovare un po’ di conforto dopo il devastante uragano di fine ottobre. A nominare Curacao si pensa subito al liquore blu, ma Jordi Paulina gioca nel Borussia Dortmund, Tahith Chong ha militato nel Werder Brema e nel Manchester United, e i fratelli Leandro e Juninho Bacuna hanno calcato i campi inglesi, tra Birmingham, Huddersfield, Watford e Aston Villa.

 

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Uno Stato senza bandiera olimpica

Forse persino il Cio ora accetterà di assegnare una bandiera olimpica a Curacao. Fino a Parigi 2024, i suoi atleti avevano due strade: rappresentare Aruba, come fece il tiratore Philip Elhage, oppure gareggiare per i Paesi Bassi, come Jean-Julien Rojer — vincitore al Roland-Garros, Wimbledon, US Open e al Masters — o come Odile van Aanholt, oro nella vela.

Qualcuno si indignerà, ma non ce n’è ragione. Europa e Sudamerica non sono più il centro del calcio mondiale, e pensarlo ancora significa conservare un riflesso un po’ colonialista. Tra cactus, fenicotteri e immersioni sulla barriera corallina, a Curaçao si sono liberati del passato quindici anni fa, parlando papiamento accanto all’olandese. Forse dovremmo provare a liberarci anche noi.

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