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Perché gli italiani comprano sempre più acqua in bottiglia anche se costa 100 volte di più

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Perché gli italiani comprano sempre più acqua in bottiglia anche se costa 100 volte di più
Matilde Giunti di Matilde Giunti

Negli ultimi anni parlare di acqua in Italia significa affrontare allo stesso tempo prezzi, abitudini, sprechi e qualità della rete idrica. Un mosaico che spesso passa inosservato ma che oggi torna al centro dopo l’analisi di Consumers’ Forum, presentata a Rimini insieme a Utilitalia durante Ecomondo. Dallo studio emergono due verità che convivono e quasi si scontrano: la spesa delle famiglie continua a salire, mentre i consumi domestici scendono lentamente; e intanto cresce, senza esitazioni, la preferenza per l’acqua minerale imbottigliata. Il risultato è una fotografia molto chiara dei comportamenti degli italiani, che nel 2024 hanno speso mediamente 384 euro per l’acqua in un nucleo di tre persone, registrando un aumento del 40% rispetto a dieci anni fa.

La differenza economica tra scegliere il rubinetto o la bottiglia resta abissale, eppure il consumo di minerale è in continua crescita. Le ragioni sono culturali, abitudinarie, ma anche legate alla fiducia percepita, nonostante i controlli sulla potabilità dell’acqua pubblica siano aumentati e l’efficienza di molti gestori sia migliorata. La spesa però racconta altro: se un litro di acqua del rubinetto costa in media 0,00256 euro, un litro di acqua minerale arriva a un prezzo 10.056% più alto. Una forbice enorme che impressiona anche solo leggendola, ma che non ha frenato il mercato. Nel 2012 si consumavano 11.370 milioni di litri; nel 2024, saliti a 15.150 milioni, gli italiani hanno toccato i 257 litri pro capite all’anno, pari a un +35,2%. Un record europeo che difficilmente verrà invertito in tempi brevi.

Dietro questo aumento c’è un elemento centrale: l’idea di sicurezza legata alla bottiglia, la comodità della confezione, il peso delle abitudini. Eppure il quadro nazionale dimostra come l’acqua del rubinetto resti di gran lunga la scelta più conveniente. L’aumento delle tariffe registrato nell’ultimo decennio, +40%, rispecchia quasi alla perfezione il raddoppio degli investimenti dei gestori idrici, passati da 3,1 miliardi a 8 miliardi. Una crescita che ha portato il valore pro capite da 51 a 80 euro l’anno, cifra che racconta la necessità di interventi sulla rete, molte volte obsoleta e frammentata. Non è un caso che il presidente di Consumers’ Forum, Furio Truzzi, abbia sottolineato come l’Italia conti oltre 2mila società diverse impegnate nella distribuzione. Un numero enorme, che rende difficile gestire dispersioni e ammodernamenti.

Il tema delle perdite idriche è infatti uno degli aspetti più critici: il 42% dell’acqua immessa in rete si disperde prima di arrivare nelle case. Una quota così alta da ribaltare completamente il concetto di spreco, perché non riguarda più solo i consumi familiari ma un sistema nazionale che continua a perdere uno dei beni più preziosi. Anche in casa, però, le cifre non sono da poco: un appartamento può sprecare fino a 20mila litri all’anno semplicemente attraverso comportamenti poco attenti. Un rubinetto che gocciola consuma fino a 5 litri al giorno; lasciare l’acqua aperta mentre ci si lava i denti ne porta via fino a 30 litri. La vasca da bagno arriva a 160 litri a utilizzo, mentre una doccia equilibrata si ferma sui 40. Persino gli sciacquoni senza doppio tasto possono far sparire 100 litri al giorno. Numeri che, presi singolarmente, sembrano piccoli, ma che diventano enormi su scala nazionale.

Un altro dato significativo riguarda il costo reale dell’acqua minerale nelle città italiane. Il prezzo medio di una confezione da sei bottiglie è di 2,40 euro, ma il divario geografico è notevole: a Bolzano si arriva a 3,07 euro, a Roma a 3,08, a Cagliari a 3,05. All’opposto, Bari si ferma a 1,88, Catanzaro e Palermo a 1,95. Firenze oscilla sui 2,52, Genova sui 2,50, mentre Milano si posiziona intorno ai 2,44 euro. È un’Italia che cambia non solo per consumi, ma anche per prezzi e abitudini. In molte città del Nord il costo tende a salire, spesso per ragioni logistiche e distributive, mentre nel Sud alcune catene mantengono ancora prezzi molto competitivi sulle confezioni da sei bottiglie.

Il quadro complessivo racconta un Paese che consuma meno acqua del rubinetto ma spende sempre di più per quella imbottigliata; che investe miliardi per migliorare la rete ma continua a perdere quasi la metà dell’acqua distribuita; che conosce i vantaggi economici dell’acqua pubblica ma preferisce comunque la bottiglia. Allo stesso tempo, aumenta la consapevolezza dei cittadini: sempre più famiglie stanno cambiando abitudini, sostituendo vasche con docce, installando riduttori di flusso, controllando gli sprechi in cucina e in bagno. La sfida, però, resta aperta e riguarda un sistema idrico che ha bisogno di una struttura più unitaria e moderna. La speranza è che i nuovi investimenti possano finalmente ridurre quel 42% di acqua persa, un numero che da solo racconta quanto margine ci sia ancora da recuperare.


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