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Alessia Pifferi: condanna a 24 anni in appello per l’omicidio della figlia

La Corte d’Assise d’appello di Milano riconosce il deficit cognitivo parziale e riduce la pena per Alessia Pifferi: tutti i dettagli

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Condanna Alessia Pifferi

Condanna Alessia Pifferi | ANSA/MATTEO CORNER - alanews

Federico Liberi di Federico Liberi

Laureato in Psicologia e Processi Sociali, sono sempre stato affascinato dalla scrittura. Dal 2023 lavoro nel mondo del copywriting dove mi occupo, oltre che di viaggi, salute, attualità e molto altro, di due delle mie passioni più grandi: il calcio e il tennis.

Milano, 5 novembre 2025 – La Corte d’Assise d’appello di Milano ha emesso oggi la sentenza nel processo a carico di Alessia Pifferi, condannandola a 24 anni di reclusione per l’omicidio della figlia Diana, morta di stenti nel luglio 2022. La pena è stata quindi ridotta rispetto all’ergastolo inflitto in primo grado.

Alessia Pifferi: riduzione della condanna in appello

Dopo una lunga camera di consiglio, la Corte d’Assise d’appello ha deciso di ridurre la pena nei confronti di Alessia Pifferi, che in primo grado era stata condannata all’ergastolo per aver lasciato la figlia di 18 mesi da sola in casa per sei giorni senza cibo né acqua, causando la sua morte per fame e disidratazione. La Procura generale aveva chiesto la conferma della condanna all’ergastolo, mentre la difesa, rappresentata dall’avvocata Alessia Pontenani, ha insistito sul riconoscimento di una parziale infermità mentale della donna o sulla derubricazione del reato.

Nel corso dell’arringa finale, la legale ha descritto Pifferi come una persona incapace di ragionare in modo normale, definendola “un vaso vuoto” che non riusciva a trovare soluzioni alternative per la bambina. La difesa ha anche sottolineato l’assenza di attenzione da parte di familiari e istituzioni verso la situazione di Alessia e Diana.

La perizia sul deficit cognitivo

Nel corso del processo è stata posta particolare attenzione al possibile grave deficit cognitivo di Alessia Pifferi, che potrebbe aver inciso sulla sua capacità di intendere e volere al momento del fatto. Secondo una perizia psichiatrica di primo grado, pur non escludendo la presenza di una disabilità intellettiva, la capacità di intendere e di volere della donna non sarebbe stata compromessa in modo tale da escludere la sua responsabilità penale.

La nuova sentenza di oggi tiene conto di questi elementi, riducendo la pena pur mantenendo la gravità del reato per l’abbandono prolungato che ha causato la morte della piccola Diana.

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