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Longevità, scienziati di una ricerca finlandese: “Conta più l’ambiente dei geni”

Ecco il segreto per vivere a lungo: l'ambiente giusto conta più dei fattori genetici secondo la ricerca

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Uno studio finlandese ha scoperto che la longevità è collegata più a fattori ambientali che genetici

Uno studio finlandese ha scoperto che la longevità è collegata più a fattori ambientali che genetici | Shutterstock

Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Roma, 2 settembre 2025 – La ricerca sulla longevità continua a rivelare verità sorprendenti, e un recente studio finlandese, ancora in attesa di revisione tra pari, ha ribadito un concetto fondamentale: la durata della vita dipende più dai fattori ambientali che dal patrimonio genetico. Questa scoperta, sintetizzata dal genetista italiano Giuseppe Novelli, esperto di Genetica medica all’Università di Roma Tor Vergata, rimette in discussione la tradizionale enfasi posta esclusivamente sulla componente ereditaria nel determinare la longevità.

Longevità, lo studio finlandese e il ruolo dei fattori ambientali

La ricerca finlandese ha monitorato per oltre 17 anni un campione di 5.576 individui, inclusi gemelli monozigoti e dizigoti, per valutare l’incidenza della genetica e dell’ambiente sulla mortalità. La novità più rilevante è il carattere prospettico e la durata dello studio, che ha permesso una distinzione precisa tra fattori genetici ed ambientali. I gemelli monozigoti condividono lo stesso DNA, mentre i dizigoti no, offrendo così un modello ideale per isolare l’influenza dei geni dalla variabilità ambientale.

Come spiega Novelli, “da decenni il modello dei gemelli viene utilizzato per distinguere ciò che è determinato dai geni e ciò che invece dipende dall’ambiente. Ad esempio, l’abitudine a bere caffè non è geneticamente determinata, mentre patologie come la schizofrenia e l’Alzheimer mostrano una correlazione genetica più forte“. Tuttavia, ciò che emerge chiaramente è che l’ereditabilità della longevità è modesta, con la genetica che spiega solo circa il 30% delle differenze nella durata della vita, mentre il restante 70% è attribuibile a fattori ambientali, come stile di vita, alimentazione, livelli di stress e inquinamento, come conferma il professor Matteo Floris dell’Università di Sassari.

Fattori di rischio e protezione per una vita più lunga

Tra i principali fattori ambientali che influenzano la longevità, il fumo emerge come il più pericoloso. Chi fuma più di 20 sigarette al giorno ha un rischio di mortalità per tutte le cause 3,3 volte superiore rispetto ai non fumatori. Al contrario, essere di sesso femminile rappresenta un fattore protettivo: nel periodo osservato, le donne hanno mostrato un rischio di morte inferiore del 32% rispetto agli uomini.

Altri elementi negativi includono la sedentarietà, l’abuso di alcol e, in misura minore, un basso livello di istruzione. Questi dati sottolineano come la prevenzione primaria e le scelte di vita siano determinanti per la salute e la longevità, e non solo la predisposizione genetica.

Il DNA e l’epigenetica: il ruolo dell’ambiente nel “vestire” i geni

Il concetto di epigenetica è essenziale per comprendere come i fattori ambientali modulino l’espressione genetica senza modificare la sequenza del DNA. Novelli usa una metafora efficace: “Il DNA non è nudo, ma è come se avesse dei vestitini“. Questi abiti rappresentano le modifiche epigenetiche che possono essere influenzate da alimentazione, attività fisica e relazioni sociali, modificando il modo in cui i geni funzionano.

Le cosiddette Blue Zones, aree geografiche dove la percentuale di ultracentenari è superiore alla media, come alcune zone del Giappone e della Sardegna, sono state oggetto di numerosi studi. Tuttavia, Novelli avverte di procedere con cautela a causa della possibile scarsa affidabilità dei dati anagrafici in queste zone. Resta comunque fondamentale indagare le condizioni climatiche, le diete tradizionali e gli stili sociali che possono contribuire alla longevità.

Limiti e prospettive della ricerca genetica sulla longevità

Nonostante i progressi, lo studio finlandese presenta alcune limitazioni. Il campione è composto da volontari, il che introduce un possibile “bias del volontario in salute”, ovvero la tendenza di chi partecipa a essere già più attento al proprio benessere. Inoltre, il contributo genetico è stato calcolato utilizzando un punteggio basato su varianti genetiche comuni, ma esistono varianti rare che possono avere un ruolo significativo sulla durata della vita.

Il professor Floris sottolinea anche che i test genetici commerciali oggi disponibili non sono strumenti affidabili né pratici per predire la longevità individuale e non dovrebbero essere usati per decisioni cliniche senza la supervisione di uno specialista in Genetica medica.

L’ambulatorio dei sani: una medicina proattiva basata sul DNA

Un’innovazione importante portata avanti dall’Università di Roma Tor Vergata, con il coinvolgimento di Novelli, è l’apertura del primo laboratorio di medicina proattiva, denominato “l’ambulatorio dei sani”. Qui, persone in buona salute possono conoscere, attraverso l’analisi del DNA, i rischi a cui sono esposte e quali modifiche dello stile di vita adottare per prevenire l’insorgenza di malattie croniche.

Come evidenzia Novelli, non è possibile cambiare il DNA, ma è possibile intervenire sulle abitudini di vita e, se necessario, applicare terapie mirate. Questo approccio non solo protegge dalle truffe online legate alla lettura genetica, ma può ridurre significativamente la pressione sui sistemi sanitari, prevenendo malattie prima che si manifestino.

Il gene: un’unità ereditaria complessa e dinamica

Alla base della genetica c’è il gene, l’unità ereditaria fondamentale degli organismi viventi, costituita da sequenze di DNA che codificano per proteine o RNA funzionali. La storia degli studi sui geni risale a Gregor Mendel, che per primo ipotizzò l’esistenza di elementi ereditari, e a importanti scoperte come la localizzazione dei geni sui cromosomi da parte di Thomas Hunt Morgan.

Nel nostro organismo, il DNA è organizzato in geni che possono essere influenzati dall’ambiente circostante attraverso meccanismi epigenetici, modificando il fenotipo senza alterare il genotipo. Questo spiega perché, pur condividendo gli stessi geni, gemelli monozigoti possono avere durate di vita diverse a seconda delle esperienze e dello stile di vita.

Il genoma umano comprende circa 20.000-25.000 geni, che rappresentano solo l’1,5% del DNA totale, ma sono fondamentali per lo sviluppo fisico e comportamentale. Ogni variazione o mutazione in questi geni può influire sulla salute, causando malattie ereditarie o predisposizioni a patologie.

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