L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo continua ad aggravarsi. Secondo i dati aggiornati diffusi dal ministero della Salute congolese, il bilancio è salito a 204 morti su 867 casi sospetti registrati in tre province del Paese. Numeri in forte aumento rispetto al giorno precedente, quando l’Organizzazione mondiale della Sanità indicava 177 morti su 750 casi sospetti.
L’epidemia riguarda in particolare l’est della Repubblica Democratica del Congo, un’area già segnata da instabilità, spostamenti di popolazione e fragilità del sistema sanitario. Il virus coinvolto è il Bundibugyo, una specie di Ebola meno comune rispetto ad altri ceppi e per la quale, secondo l’Oms, non esistono al momento vaccini o trattamenti specifici già disponibili, anche se sono in corso valutazioni su possibili candidati.
L’Oms ha dichiarato il 17 maggio l’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda una emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, mentre l’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, continua a monitorare la situazione.
La risposta sanitaria e il ruolo di Medici Senza Frontiere
I team di Medici Senza Frontiere sono impegnati in una risposta d’emergenza su larga scala nell’est della Repubblica Democratica del Congo, in collaborazione con le autorità sanitarie locali, l’Oms e altri partner internazionali. La difficoltà, spiegano dall’organizzazione, non riguarda soltanto la cura dei pazienti colpiti da Ebola, ma anche la capacità di mantenere aperti i servizi sanitari essenziali.
La capo progetto di Msf a Goma, Valeria Greppi, ha sottolineato che la sfida è duplice: assistere i malati, tracciare i contatti e, allo stesso tempo, garantire cure per altre emergenze sanitarie già presenti nel Paese, come malaria, colera e Hiv. È uno dei punti centrali della crisi: in contesti fragili, un’epidemia come Ebola rischia di assorbire risorse, personale e strutture, lasciando scoperte altre patologie diffuse.
A complicare il quadro ci sono anche tensioni sociali e problemi di sicurezza. Nelle ultime ore, secondo Associated Press, un secondo centro per il trattamento dell’Ebola nell’est del Congo è stato incendiato e 18 persone con sospetta infezione si sono allontanate dalla struttura, rendendo ancora più difficile il tracciamento dei contatti.
Come si trasmette Ebola e perché non è come il Covid
Ebola è una malattia grave, ma non si trasmette con la stessa facilità dei virus respiratori come Sars-CoV-2. Secondo le indicazioni sanitarie internazionali, il contagio avviene attraverso il contatto diretto con sangue, secrezioni o altri fluidi corporei di una persona infetta, viva o deceduta, oppure con oggetti contaminati. Una persona infetta non è contagiosa durante il periodo di incubazione: può trasmettere il virus solo dopo la comparsa dei sintomi.
I sintomi possono manifestarsi tra 2 e 21 giorni dopo l’esposizione. Nella fase iniziale possono comparire febbre, stanchezza intensa, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola; successivamente possono aggiungersi vomito, diarrea, dolore addominale, eruzioni cutanee e, nei casi più gravi, sanguinamenti e compromissione di organi come fegato e reni.
Il rischio per l’Europa resta basso, ma il monitoraggio continua
L’epidemia ha già superato i confini congolesi con casi segnalati anche in Uganda, legati a persone arrivate dalla Repubblica Democratica del Congo. L’Africa Cdc ha indicato altri Paesi africani come potenzialmente esposti al rischio di diffusione, soprattutto per la mobilità transfrontaliera e la debolezza di alcuni sistemi di sorveglianza sanitaria.
Per l’Europa, però, il quadro resta diverso. L’Ecdc valuta molto bassa la probabilità di infezione per la popolazione dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo, pur precisando che la situazione è in evoluzione e richiede aggiornamenti costanti.
La priorità, nelle prossime settimane, sarà contenere la trasmissione nelle aree colpite, rafforzare il tracciamento dei contatti, proteggere operatori sanitari e comunità locali e ricostruire un rapporto di fiducia con la popolazione. Perché nel caso di Ebola, oltre alle cure, contano anche informazione, sicurezza e collaborazione delle comunità.
