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Massimo Bossetti rompe il silenzio a Belve: “Sono innocente”

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Bossetti è stato condannato per l'omicidio di Yara Gambirasio - Nella foto: uno screenshot dell'intervista di Bossetti a Belve

Uno screenshot dell'intervista di Bossetti a Belve - Rai

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

Durante l’intervista con Francesca Fagnani, Bossetti ha raccontato la propria versione dei fatti. “Porto l’etichetta del mostro. Anche se venissi prosciolto, resterà tatuata sulla mia testa fino alla fine dei miei giorni”, ha dichiarato

A undici anni dal suo arresto per l’omicidio di Yara Gambirasio, Massimo Bossetti è tornato a parlare in televisione dal carcere di Bollate. Lo ha fatto nel corso di un’intervista con Francesca Fagnani, andata in onda su Rai2 nella serata di martedì 10 giugno all’interno del programma Belve Crime. Condannato all’ergastolo con sentenza definitiva dalla Cassazione il 12 ottobre 2018, Bossetti è stato ritenuto colpevole in tre gradi di giudizio dell’omicidio della tredicenne di Brembate di Sopra, scomparsa il 26 novembre 2010 e trovata senza vita tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola.

“Sopravvivo all’ingiustizia”

Bossetti ha ribadito la propria innocenza, parlando di un marchio indelebile che lo accompagnerà per sempre: “Non sento alcuna colpa addosso. Ma sì, porto l’etichetta del mostro. Anche se venissi prosciolto, resterà tatuata sulla mia testa fino alla fine dei miei giorni”. Un fardello che dice di affrontare ogni giorno con la forza che gli deriva dai familiari, ancora al suo fianco: “La rabbia si è trasformata in forza. Non bisogna farsi travolgere dal contesto carcerario”.

Il carcere, le lettere e la moglie

L’intervista ha toccato anche il rapporto con la verità e le menzogne raccontate in passato: “Nel cantiere mi chiamavano ‘il Favola’. Dicevo di avere un tumore al cervello per giustificare le assenze, ma era perché non venivo pagato da mesi. Ho detto delle bugie, come tutti nella vita”. Bossetti racconta poi il sostegno che continua a ricevere, anche grazie alla recente serie Netflix sul caso: “Ricevo ancora tante lettere ed email, mi danno forza, e io rispondo a tutti”.

Sul fronte personale, ha parlato del legame con la moglie Marita Comi, rimasto saldo nonostante le difficoltà: “Fisicamente non c’è, ma la sento al mio fianco. Mi sostiene, mi incoraggia, è convinta della mia innocenza”. I figli lo vanno a trovare ogni settimana. Ha ammesso di aver nascosto alla moglie di recarsi regolarmente a fare lampade abbronzanti: “Due, tre volte al mese. Ma non lo dicevo perché c’erano problemi economici. Volevo proteggerla”.

Il dolore del tradimento e il tentato suicidio

Uno dei momenti più intensi dell’intervista riguarda il racconto del presunto tradimento della moglie, emerso durante il processo: “Quando l’ho scoperto, in aula, mi sono gelato. Ho chiesto a mia moglie la verità e lei ha ammesso. Sono impazzito”. Tornato in cella, ha tentato il suicidio: “Ho infilato la testa nel lavandino e mi sono stretto una cintura al collo. Mi hanno trovato in tempo e mi hanno salvato”.

Fagnani lo incalza, collegando il gesto a un possibile blackout mentale che potrebbe richiamare la dinamica dell’omicidio di Yara. Ma Bossetti respinge ogni ipotesi di parallelismo: “Non paragoniamo le due cose, no assolutamente”.

L’arresto e il vuoto dell’alibi

Il racconto dell’arresto è drammatico. “Stavo lavorando in cantiere, mi ha chiamato il capocantiere. Mi sono trovato davanti 40 persone. Un carabiniere mi ha ordinato di inginocchiarmi, sentivo una mano stringermi il collo. Nessuno mi spiegava nulla. È stato disumano”. Bossetti nega anche di aver tentato la fuga: “Volevo solo scendere dalla botola, non è come pensate”.

Quanto al giorno della scomparsa di Yara, ammette di non ricordare dove si trovasse: “Era una giornata normale. So che pioveva, il telefono era scarico. Ho fatto delle commissioni, ci sono dei movimenti bancari, ma non ricordo i dettagli”. Un vuoto che resta uno dei punti centrali del caso.

“La giustizia vera non è stata fatta”

Infine, un commento alle parole dei genitori di Yara, che dopo l’arresto avevano dichiarato: “Ora almeno sappiamo chi è stato”. Bossetti, con tono fermo, afferma: “Il dolore per la perdita di un figlio è tremendo. Ma la giustizia che si dovrebbero meritare non è ancora arrivata”.

A distanza di oltre un decennio dall’omicidio che ha scosso l’Italia, Massimo Bossetti continua a professarsi innocente e a chiedere di essere ascoltato. Ma la condanna all’ergastolo resta definitiva.

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