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Delitto di Garlasco, spunta una nuova ipotesi: l’assassino non si sarebbe lavato le mani dopo l’omicidio

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Chiara Poggi, la vittima del delitto di Garlasco

Chiara Poggi, la vittima del delitto di Garlasco | Immagine di dominio pubblico - alanews.it

Redazione di Redazione

Milano, 27 maggio – Questa ricostruzione alternativa, ora sotto esame da parte dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano e della Procura di Pavia, si basa su prove che contraddicono le conclusioni giuridiche precedenti

Il delitto di Garlasco, avvenuto nel 2007, continua a suscitare dibattiti accesi, specialmente alla luce di recenti sviluppi che mettono in discussione la condanna di Alberto Stasi. Nuove ipotesi investigative suggeriscono che l’aggressore potrebbe non essersi lavato le mani dopo l’omicidio di Chiara Poggi, come sostenuto dalla sentenza definitiva. Questa ricostruzione alternativa, ora sotto esame da parte dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano e della Procura di Pavia, si basa su prove che contraddicono le conclusioni giuridiche precedenti.

La condanna di Alberto Stasi e le nuove evidenze

Secondo la sentenza di condanna, Stasi era accusato di aver ripulito il bagno, lavandosi le mani e rimuovendo tracce di sangue da dispenser e lavabo. Tuttavia, analisi recenti indicano che il dispenser presenta impronte sovrapposte non attribuibili a un’accurata pulizia. Inoltre, è emerso che il lavandino del bagno non mostrava tracce ematiche, suggerendo l’impossibilità che sia stato ripulito dopo il crimine. Le impronte di Stasi, insieme al DNA della vittima e della madre, confermerebbero che il luogo non fu mai realmente sanificato dall’aggressore.

Nuove ipotesi investigative

I nuovi elementi investigativi arricchiscono il caso con dettagli significativi, come l’impronta “numero 10” trovata sulla porta d’ingresso, potenzialmente lasciata dall’assassino in fuga. Questo delitto, che ha già visto Stasi condannato a sedici anni di reclusione, potrebbe essere il risultato di un’azione compiuta da più persone, un’ipotesi che riapre il dibattito su chi realmente sia il colpevole.

Gli esiti della nuova consulenza dattiloscopica

Una nuova consulenza dattiloscopica ha stabilito che l’impronta numero 10 non appartiene ad Andrea Sempio (al quale è invece attribuita l’impronta 33 sul muro delle scale, nei pressi del corpo), né ad Alberto Stasi, né alle gemelle Cappa, né ad altri amici di Marco Poggi. Va inoltre ricordato che una consulenza della difesa di Stasi, redatta nel 2020 da Oscar Ghizzoni, indicava la presenza, sul dispenser, oltre alle due impronte riconducibili a Stasi, anche di un “frammento papillare” ricco di “informazione dattiloscopica”. Più in generale, le due impronte lasciate da Stasi risultavano “parzialmente sovrapposte ad altre impronte”, e sullo stesso oggetto erano stati rilevati almeno altri sette “contatti papillari”.

Le impronte, e in particolare i cosiddetti “para-adesivi” — ossia le fascette adesive che le conservano — saranno oggetto di analisi genetiche nell’ambito dell’incidente probatorio, che potrebbero fornire risposte in merito a profili di Dna ed eventuali identificazioni. La recente consulenza depositata elenca complessivamente 58 impronte distribuite su “trentacinque adesivi dattiloscopici”. Tra questi figura il “para-adesivo” relativo alla traccia papillare numero 10, mentre manca quello dell’impronta 33. Per questo motivo, è stata avviata la ricerca dell’intonaco che fu grattato all’epoca, nella speranza — da parte di inquirenti e investigatori — di poter effettuare nuove analisi biologiche su quella traccia, in particolare alla ricerca di eventuali residui ematici.

Infine, anche un frammento del tappetino del bagno rientrerà tra i numerosi reperti destinati ad essere esaminati nel corso del maxi incidente probatorio di tipo genetico.

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