Sì: TikTok continua a funzionare negli Stati Uniti. E non solo “tecnicamente”: con l’accordo chiuso a fine gennaio 2026 per creare una nuova entità a maggioranza USA, la piattaforma ha messo in sicurezza (almeno sulla carta) la sua presenza nel Paese. Ma “funziona” non vuol dire “questione chiusa”: cambiano governance, gestione dei dati e (soprattutto) il tema più delicato, l’algoritmo.
In sintesi
TikTok è rimasto operativo negli USA nonostante la legge federale che imponeva la vendita o lo stop: l’enforcement è stato rinviato più volte.
A gennaio 2026 è stato finalizzato un accordo per una joint venture a maggioranza USA (con ByteDance sotto il 20%).
Oracle ha un ruolo centrale nell’hosting e nei protocolli di sicurezza dei dati statunitensi.
Per gli utenti l’app “sembra la stessa”, ma dietro cambiano controlli, responsabilità e catena decisionale.
Il nodo più controverso resta: chi controlla davvero l’algoritmo e come viene “separato” dalla casa madre cinese.
“Funziona” in che senso: per utenti, creator e aziende
Quando la domanda è “TikTok funziona negli Stati Uniti?”, in realtà si stanno chiedendo tre cose diverse.
Funziona per gli utenti? Sì: l’app è accessibile, fruibile e usata quotidianamente.
Funziona per creator e brand? Sì: campagne, advertising, creator economy e flussi commerciali continuano (ed è uno dei motivi per cui lo scontro è stato così lungo: l’impatto economico è enorme).
Funziona dal punto di vista legale e politico? “Per ora sì”, ma con una postilla: la vicenda è diventata un tema strutturale di sicurezza nazionale e geopolitica, quindi è intrinsecamente instabile.
In altre parole: oggi TikTok gira. Ma gira dentro un perimetro più rigido di prima e con una nuova architettura societaria pensata per rispondere alle obiezioni di Washington.
Cosa è successo davvero: dalla legge “divest-or-ban” al nuovo accordo
Il punto di svolta è la normativa federale che ha imposto a ByteDance una scelta: vendere/cedere il controllo o uscire dal mercato USA. Dopo ricorsi e battaglie legali, la linea americana è rimasta dura: non basta promettere “buone pratiche”, serve una struttura che riduca l’influenza di una società cinese su un’app usata da centinaia di milioni di persone.
Nel frattempo, però, la piattaforma non è stata “spenta” da un giorno all’altro: l’app è rimasta disponibile e operativa perché l’amministrazione USA ha gestito la transizione con rinvii e indicazioni operative sull’applicazione della legge. Questa fase “a scadenze” ha creato un paradosso: formalmente la pressione restava massima, ma concretamente TikTok continuava ad avere ossigeno.
A gennaio 2026 arriva l’elemento che chiude (almeno questa stagione) del dossier: un accordo che istituisce una nuova joint venture per le attività USA, con partecipazioni di investitori e soggetti americani e con ByteDance in quota minoritaria (sotto il 20%). Per la politica americana è il modo di dire: “Non è più la stessa TikTok di prima, lato controllo e sicurezza”.
Cosa cambia per davvero: dati, sicurezza, algoritmo e governance
Qui si entra nella sostanza.
Dati e infrastruttura: l’accordo rafforza un’impostazione già discussa negli anni (tipo “Project Texas”), spostando l’asse su infrastrutture e controlli in territorio/giurisdizione statunitense, con un ruolo chiave di Oracle nella gestione cloud e nei protocolli di cybersicurezza.
Governance: nasce un’entità americana (con board e management dedicati) che ha in pancia funzioni sensibili: protezione dati, sicurezza del software, fiducia e sicurezza, moderazione dei contenuti, garanzie sull’algoritmo.
Algoritmo: è il vero “cuore” del caso TikTok. Le ricostruzioni più accreditate parlano di un modello in cui la tecnologia/algoritmo viene concesso in licenza e poi gestito con paletti che mirano a ridurre l’influenza operativa di ByteDance. Tradotto: l’obiettivo è avere una TikTok “americana” anche nel modo in cui decide cosa mostrarti.
Per l’utente comune, tutto questo è invisibile. Ma è proprio l’invisibilità dell’algoritmo il motivo per cui è diventato un tema di sicurezza nazionale: non riguarda solo i dati, riguarda anche la capacità di orientare attenzione e informazione.
Quindi: TikTok resterà “stabile” negli USA? I due scenari
Scenario 1 (il più probabile nel breve): continuità operativa. TikTok resta online, gli utenti non vedono differenze radicali, e la nuova struttura serve da “barriera” politica e tecnica contro future spinte al ban.
Scenario 2 (il rischio che non sparisce): nuove frizioni su algoritmo e compliance. Se a Washington cresce la percezione che la separazione sia insufficiente (o se cambia il clima geopolitico), il tema potrebbe riaprirsi con nuove richieste, audit più aggressivi o restrizioni.
In sintesi: oggi TikTok funziona e ha appena rafforzato le fondamenta per continuare a farlo. Ma il dossier non è “un’app come le altre”: è un caso geopolitico travestito da piattaforma social.
Domande e risposte
TikTok è bannato negli Stati Uniti?
Non nel senso pratico: oggi è operativo e usato su larga scala. Il tema è stato gestito con rinvii dell’enforcement e con un nuovo assetto societario.
Perché gli USA hanno voluto questa ristrutturazione?
Per ragioni di sicurezza nazionale: timori su accesso ai dati e influenza della casa madre cinese, ma anche sul ruolo dell’algoritmo.
Cosa cambia per chi usa TikTok ogni giorno?
Nell’immediato, poco sul piano dell’esperienza: cambiano soprattutto governance, regole di sicurezza e gestione dei dati.
L’algoritmo è ancora “cinese”?
Il punto dell’accordo è ridurre la dipendenza e l’influenza della casa madre tramite licenze, controlli e retraining/gestione sotto paletti USA. È anche l’aspetto più controverso e monitorato.
Il rischio di un blocco futuro è zero?
No. È più basso rispetto ai mesi di massima incertezza, ma dipende da compliance e clima politico.






