Minneapolis, 12 gennaio 2026 – L’edizione 2026 dei Golden Globe è stata teatro di una forte presa di posizione politica, con diverse star che hanno scelto di indossare spillette di protesta contro le pratiche dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Questi simboli, recanti gli slogan “Be Good” e “Ice Out”, hanno reso omaggio a Renee Good, donna uccisa da un agente ICE nella sua auto a Minneapolis, e a Keith Porter, vittima di un’altra sparatoria legata all’agenzia federale.
Le spillette simbolo di protesta ai Golden Globe 2026
Celebrità come Mark Ruffalo, Wanda Sykes e Natasha Lyonne hanno sfoggiato le spille sul red carpet, mentre Jean Smart e Ariana Grande le hanno indossate durante la cerimonia, con Smart che portava la spilla sul vestito al momento del ritiro del premio come migliore attrice in una serie musicale o comica. Nelini Stamp, rappresentante di Working Families Power e una delle promotrici dell’iniziativa, ha sottolineato l’importanza del ruolo degli artisti nel riflettere e influenzare la società civile: «Abbiamo bisogno che ogni componente della società civile prenda posizione».
La spilla “Be Good” rende omaggio anche a Keith Porter, ucciso da un agente ICE fuori servizio la notte di Capodanno. Il messaggio di questa spilletta invita a ricordare l’importanza di essere «buoni cittadini, vicini, amici, alleati e esseri umani», sottolineando come le persone comuni quotidianamente si impegnino per il bene della comunità, anche di fronte a eventi tragici come questi.
Il significato e l’origine delle proteste
L’idea delle spille è nata da un dialogo tra Nelini Stamp e Jess Morales Rocketto, direttrice esecutiva del gruppo di difesa latinoamericano Maremoto, con l’obiettivo di portare temi sociali di rilievo davanti a milioni di spettatori. Morales Rocketto, attivista da anni, aveva già guidato iniziative di protesta contro le politiche di separazione familiare dell’amministrazione Trump.
Il caso Renee Good: un simbolo di lotta e comunità
Renee Good, attivista e osservatrice legale, era impegnata nel monitoraggio delle operazioni ICE per tutelare i diritti civili. Madre di tre figli, si era trasferita a Minneapolis per ricostruirsi una vita dopo la perdita del secondo marito. La sua morte, avvenuta mentre accompagnava il figlio a scuola, ha scatenato una serie di manifestazioni in tutto il paese con lo slogan “Ice, Out for Good”, richiamando anche il suo nome come simbolo della protesta contro le violenze dell’agenzia federale. Le sue ultime parole, «Non sono arrabbiata con te», rivolte all’agente che le ha sparato, hanno commosso e rafforzato il messaggio di pace e giustizia che la sua vita rappresentava.
Minneapolis, epicentro della nuova ondata di tensioni, si conferma ancora una volta cruciale nel dibattito nazionale su immigrazione, sicurezza e diritti umani.






