Ospite della nuova puntata del BSMT condotto da Gianluca Gazzoli il regista premio Oscar Paolo Sorrentino riflette sulla sua evoluzione artistica e umana, passando dall’ossessione giovanile per il cinema a un rapporto più equilibrato con la professione. L’autore approfondisce la genesi del suo ultimo film, La Grazia, spiegando come sia nato da un dilemma morale legato al tema della grazia e del fine vita. Durante il dialogo, emerge il profondo legame lavorativo con Toni Servillo, descritto come un interprete versatile capace di dare forza alla parola scritta.
Sorrentino discute inoltre del suo rapporto con le nuove generazioni, lodandone l’intelligenza e sottolineando l’importanza di non sottovalutare il loro giudizio critico. Il racconto tocca anche aspetti privati, come l’influenza della famiglia e la passione per il calcio, citando il valore simbolico che Maradona ha avuto nella sua vita. Infine, il regista esprime la sua preferenza per una narrazione lenta e riflessiva, contrapponendola alla frenesia decisionale della politica contemporanea.
Paolo Sorrentino, l’evoluzione del rapporto con il lavoro e il talento
Uno dei temi centrali è il cambiamento dell’approccio di Paolo Sorrentino verso la propria professione. Da giovane, il regista descrive un’ossessione totale, un pensiero fisso che occupava le sue giornate 24 ore su 24. Con la maturità, ha sviluppato un rapporto più sano con il cinema, imparando che questa attività comporta una forma di “dissipazione“: si investe un impegno enorme (fare “mille“) per ottenere un risultato che lo spettatore potrebbe cogliere solo in minima parte.
Riguardo al talento, Sorrentino sostiene che esso sia come una candela che si spegne se non viene alimentata da una dedizione costante; per emergere, è necessaria una certa dose di “presunzione” iniziale, convinti delle proprie capacità prima ancora che gli altri le riconoscano. Ricorda inoltre i suoi esordi come sceneggiatore e l’ingenuità di quando, a vent’anni, scrisse una lettera a Massimo Troisi per proporsi come assistente, senza mai ricevere risposta.

Il film “La Grazia” e i dilemmi morali
L’intervista si sofferma a lungo sul suo ultimo progetto, nato da una notizia di cronaca: la grazia concessa dal Presidente Mattarella a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer. Questo evento ha spinto Paolo Sorrentino a esplorare il cinema come veicolo di dilemmi morali, vedendo la grazia non solo come un retaggio antico, ma come un’estrema ratio che offre speranza quando la giustizia ha fatto il suo corso.
Il film affronta temi politici e sociali caldi, come il fine vita e l’eutanasia, analizzando il peso di decisioni che, qualunque sia l’esito, possono essere percepite come crudeli o ingiuste. Il protagonista, interpretato da Toni Servillo, incarna un Presidente della Repubblica che si muove tra il protocollo del Quirinale e una dimensione umana e malinconica.
Il rapporto tra generazioni e la lentezza
Un altro filo conduttore è il confronto generazionale. Nel film, il protagonista anziano si affida alle idee della figlia per comprendere il futuro, un gesto che può essere interpretato sia come amore e intelligenza, sia come una forma di “vigliaccheria” nel delegare decisioni difficili a chi vivrà quel futuro.
Paolo Sorrentino si dichiara inoltre un forte sostenitore della lentezza e del dubbio, ponendoli come antidoti alla velocità avventata della politica contemporanea, caratterizzata da proclami quotidiani e decisioni immediate.
Sodalizi artistici e scelte iconiche
L’intervista celebra il lungo rapporto con Toni Servillo, iniziato negli anni ’90. Paolo Sorrentino ne loda la versatilità e l’autorevolezza, ricordando anche i momenti di incertezza, come quando l’attore era scettico all’idea di interpretare Andreotti ne “Il Divo” per timore di scivolare nella farsa.
Una novità significativa è la collaborazione con Guè Pequeno; il regista, affascinato dalla fisicità cinematografica e dalla profondità dei testi del rapper, lo ha coinvolto nel film, arrivando a farlo nominare simbolicamente “Cavaliere del Lavoro“.
Paolo Sorrentino, successo, Oscar e la visione del cinema
Sorrentino riflette su come la vittoria dell’Oscar abbia cambiato la sua vita, garantendogli una grande libertà creativa ma privandolo in parte della capacità di osservare la realtà indisturbato, essendo ora lui stesso oggetto di osservazione. Nonostante il prestigio internazionale, ammette di preferire il successo popolare (citando Checco Zalone) rispetto a un consenso di nicchia, sottolineando che l’importante è non “svendersi“.
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Riguardo al futuro della sala cinematografica, pur rispettando le piattaforme per il servizio che rendono nel portare i film in luoghi remoti, ribadisce che il cinema è un evento che trova la sua massima espressione nella visione collettiva, preferibilmente seduti al centro della sala.
Radici personali e affetti
Infine, emerge l’uomo dietro il regista. Il legame viscerale con Napoli e Maradona rimane centrale: Maradona è descritto come colui che gli ha salvato la vita e che ha segnato la sua adolescenza in modo indelebile. Sorrentino condivide anche momenti intimi del suo processo creativo, rivelando di commuoversi spesso mentre scrive e di utilizzare sempre la musica come colonna sonora della sua scrittura. Il culmine dell’intervista tocca la sfera familiare: la gratitudine verso la moglie e i figli, che hanno sempre supportato la sua dedizione esclusiva al lavoro, e la nuova, immensa felicità data dall’essere diventato nonno.





