Roma, 6 marzo 2026 – Il tema della riforma della giustizia continua a infiammare il dibattito politico e sociale in vista del referendum previsto per il 22 e 23 marzo. Al centro della discussione, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi) ha ribadito con fermezza la propria posizione contraria, evidenziando come la riforma metta a rischio l’autonomia e indipendenza della magistratura, principi fondanti della Costituzione repubblicana, conquistati dopo la fine del Ventennio fascista.
Anpi: “Non si torni alle toghe fedeli come nel fascismo”
Il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, ha spiegato che il voto “No” nasce dalla preoccupazione che con la riforma si possa tornare a una situazione in cui i magistrati siano soggetti a pressioni politiche, come accadeva quando erano costretti a giurare fedeltà al regime fascista. La memoria storica si intreccia così con la contesa attuale, ricordando i rischi di una magistratura non libera e autonoma.
Il referendum, sebbene tecnico nel merito, si è trasformato in uno scontro politico acceso, con partiti e schieramenti che cercano di intercettare il consenso degli elettori. Il capogruppo Pd al Senato, Francesco Boccia, ha sottolineato come i sondaggi dimostrino che la partita è ancora aperta, con il rischio che la questione giustizia diventi terreno di lotta politica più che di riforma istituzionale.
La campagna referendaria: schieramenti e manifestazioni
Il centrodestra, guidato da Fratelli d’Italia, si prepara a uno sprint finale per promuovere il “Sì” alla riforma. La premier Giorgia Meloni potrebbe partecipare all’evento organizzato da FdI il prossimo 12 marzo al teatro Parenti di Milano, una maratona a sostegno della riforma. In difesa della riforma è scesa in campo anche la sorella della premier, Arianna Meloni, che ha definito questa riforma un’“occasione epocale per restituire la giustizia ai cittadini con un giudice veramente terzo, libero da influenze politiche e correnti ideologiche”.
Sul fronte opposto, i promotori del No chiuderanno la campagna il 18 marzo in Piazza del Popolo a Roma, con la partecipazione di numerosi esponenti di primo piano come la segretaria del Pd, Elly Schlein, il presidente del M5S Giuseppe Conte, i leader di Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e il segretario della Cgil Maurizio Landini. Anche l’ex premier Paolo Gentiloni ha confermato il suo sostegno al No, affermando chiaramente: “Io voto No”.
Il dibattito si è intensificato anche nelle parole dei protagonisti politici e istituzionali. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha lamentato la politicizzazione del referendum, criticando chi voterà No per motivi politici piuttosto che tecnici e sottolineando che la riforma mira a liberare i magistrati da influenze esterne. Dal canto loro, i rappresentanti del No respingono questa lettura, accusando la maggioranza di volere una magistratura servile ai desideri del governo.
In particolare, la presidente di Magistratura Democratica, Silvia Albano, ha dichiarato che la riforma è stata concepita per “far sì che la magistratura risponda ai desiderata del governo”, mentre i leader di Avs hanno parlato apertamente di una deriva autoritaria da fermare votando No.
In questa fase cruciale, il referendum sulla giustizia si configura come un appuntamento che va oltre la semplice modifica normativa, toccando valori fondamentali della democrazia e della separazione dei poteri, con un confronto che coinvolge non solo i partiti ma l’intera società civile.






