Milano, 23 marzo 2026 – Nella nuova puntata del BSMT condotto da Gianluca Gazzoli, Giorgio Teruzzi parla della storia del motorsport e dell’evoluzione del racconto sportivo. Teruzzi riflette con nostalgia e competenza sulle figure leggendarie di Enzo Ferrari, Ayrton Senna e Michael Schumacher, evidenziandone non solo il talento tecnico ma soprattutto la profonda dimensione umana e spirituale. Il dialogo mette a confronto la Formula 1 del passato, segnata dal costante pericolo di morte, con quella moderna, trasformata in un evento spettacolare gestito da algoritmi e social media. Oltre alle corse, l’autore condivide esperienze personali significative, come il suo impegno nel rugby sociale all’interno delle carceri e il valore della curiosità intellettuale per le nuove generazioni. La narrazione restituisce un ritratto intimo del giornalismo inteso come etica e passione, dove il valore di una storia risiede nella capacità di mostrare le fragilità dei campioni.
Giorgio Teruzzi al BSMT: un racconto dei motori tra emozione, etica e memoria
Nella cornice del “Basement” di Gianluca Gazzoli, Giorgio Teruzzi — una delle firme più autorevoli del giornalismo sportivo italiano — si è raccontato in una lunga conversazione che va ben oltre la semplice cronaca dei motori, trasformandosi in una riflessione profonda sull’umanità, il destino e l’arte del narrare.

Le origini e il “Mito del Novecento”
Nato e cresciuto a Monza, Giorgio Teruzzi rievoca la sua passione per i motori come qualcosa di ancestrale, quasi un richiamo irresistibile simile a quello del “pifferaio magico“. Un fascino nato dal suono delle auto che il vento portava fino a casa sua, alimentando immaginazione e desiderio.
Per lui, il motore rappresenta il vero mito del Novecento: un’epoca in cui accedere al mondo delle corse era difficile e proprio per questo avvolto da un’aura di mistero e attrazione. In quel contesto emergeva con forza un elemento inevitabile, quasi esistenziale: il rischio, e con esso la morte. Negli anni d’oro, i piloti convivevano quotidianamente con questa possibilità, senza bisogno di nominarla esplicitamente, ma rendendola visibile nei dettagli, come nei “nervi del collo” prima di una partenza.
I Giganti: Ferrari, Senna e Schumacher
Uno dei passaggi centrali del racconto è dedicato a Enzo Ferrari, descritto come un vero e proprio genio, tanto da meritare — secondo Giorgio Teruzzi — di essere studiato nelle scuole. Il “Drake” viene raccontato come un uomo capace di costruire una sorta di religione partendo da un piccolo paese della pianura padana, unendo rigore, visione e una profonda conoscenza delle persone che lavoravano per lui.
Il discorso si sposta poi su due figure fondamentali anche nella carriera dello stesso Teruzzi: Ayrton Senna e Michael Schumacher. Senna viene evocato attraverso la sua “anima esposta”, una spiritualità quasi infantile accompagnata da una determinazione feroce, alimentata anche dal confronto continuo con la povertà del suo Brasile. La sua morte a Imola lo ha consegnato a una dimensione leggendaria, rendendolo ancora oggi una presenza silenziosa per molti appassionati.
Schumacher, invece, inizialmente percepito come freddo e distante, viene riscoperto nella sua dimensione più umana. Teruzzi ne racconta un lato meno noto, fatto di gesti concreti e profondi, come la vicinanza costante al collega Pepi Cereda, che il pilota chiamava più volte a settimana durante la malattia. Oggi, il giornalista guarda con amarezza al destino di Schumacher e Zanardi, uomini che hanno vissuto sfidando la velocità per poi essere colpiti da incidenti banali o segnati dalla sfortuna.

Giorgio Teruzzi e Kimi Antonelli
Giorgio Teruzzi menziona esplicitamente Kimi Antonelli durante l’intervista, inserendolo in un discorso più ampio sul talento e sulle opportunità nel mondo del motorsport moderno. Nello specifico, Giorgio Teruzzi cita Antonelli come l’esempio più recente di un giovane pilota di grande prospettiva che è stato “adottato” da un top team, in questo caso la Mercedes, proprio come accadde in passato a Lewis Hamilton con la McLaren o a Charles Leclerc con la Ferrari.
Secondo il giornalista, il caso di Antonelli è emblematico perché dimostra come, per un giovane talento che non appartiene a una famiglia estremamente ricca, sia fondamentale il supporto di una scuderia ufficiale: arrivare in Formula 1 richiede infatti investimenti di milioni di euro già nelle formule minori, cifre che rendono proibitivo il percorso senza una scommessa diretta da parte di un grande team.
La Formula 1 moderna: show vs passione
Osservando la Formula 1 contemporanea, Teruzzi evidenzia un cambiamento netto: ciò che un tempo era un mondo elitario e tecnico si è trasformato in un grande “party motoristico”, capace di attrarre anche chi non ha una conoscenza approfondita della meccanica. In questo scenario, la tecnologia sembra aver preso il sopravvento sul talento, con un equilibrio che oggi, secondo lui, pende per il 70% verso la macchina e solo per il 30% verso il pilota.
Guardando ai protagonisti attuali, individua in Charles Leclerc un talento straordinario che però deve ancora imporsi pienamente come leader. Max Verstappen appare invece come un vero “alieno”, cresciuto sotto il rigore di un padre padrone e completamente concentrato sulla corsa. Lewis Hamilton, infine, rappresenta una star globale capace di portare temi sociali all’interno del paddock, ma ora chiamata a gestire con attenzione la fase finale della carriera e il suo approdo in Ferrari.
Il rugby e l’etica del giornalismo
Oltre ai motori, Giorgio Teruzzi racconta la sua profonda passione per il rugby, vissuto non solo come sport ma come strumento sociale. Lo ha portato anche nelle carceri, utilizzandolo per insegnare la gestione dell’aggressività e il valore del gruppo, riassunto nella filosofia secondo cui “si passa indietro per andare avanti”.
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Sul piano professionale, rivendica un “ego quieto” e, nonostante l’evoluzione dei media, continua a preferire la scrittura al video. Non manca una critica verso l’opportunismo di alcuni colleghi, ribadendo come curiosità ed etica debbano restare punti di riferimento fondamentali del mestiere. Infine, emerge anche una dimensione più intima: quella di padre. Teruzzi ammette di aver mostrato alle sue tre figlie più i propri difetti che i successi, convinto che proprio la vulnerabilità possa rappresentare una base più autentica e solida per costruire un rapporto sincero.






