Quando le nazionali italiane scendono in campo, dagli stadi di calcio alle competizioni olimpiche, c’è un elemento che le rende immediatamente riconoscibili: la maglia azzurra. Una scelta che sorprende molti osservatori stranieri, visto che la bandiera italiana è composta da verde, bianco e rosso. Eppure proprio quel blu intenso è diventato, nel tempo, uno dei simboli più forti dell’identità nazionale, legato a una tradizione storica che affonda le radici ben prima della nascita della Repubblica.
L’origine dell’azzurro: un’eredità monarchica
La spiegazione va cercata nella storia dell’Italia unita e nella dinastia che guidò il Paese nel XIX secolo. L’azzurro era infatti il colore araldico della Casa Savoia, la famiglia reale che portò all’unificazione nazionale. Questa tonalità, utilizzata già dal XIV secolo, era associata a valori come lealtà e nobiltà e richiamava simbolicamente il manto della Vergine Maria, figura alla quale la casata era particolarmente devota.
La prima attestazione documentata risale al 1366, quando il conte Amedeo VI fece issare uno stendardo azzurro sulla propria nave durante una spedizione militare. Da allora il colore rimase strettamente legato ai Savoia, tanto da essere identificato con una specifica sfumatura conosciuta ancora oggi come “Blu Savoia”.
La svolta del 1911: nasce la maglia azzurra
La nazionale italiana di calcio debuttò nel 1910 indossando una divisa bianca. Anche nella partita successiva la scelta cromatica rimase la stessa. Il cambiamento arrivò il 6 gennaio 1911, quando l’Italia affrontò nuovamente l’Ungheria all’Arena Civica di Milano: per la prima volta i giocatori scesero in campo con una maglia azzurra decorata dallo scudo sabaudo, la croce bianca su fondo rosso simbolo della monarchia.

La decisione non fu casuale né dettata da esigenze pratiche, come suggeriscono alcune leggende popolari. Le fonti storiche indicano chiaramente che si trattò di un omaggio alla casa reale. All’epoca il calcio non aveva ancora l’importanza mediatica di oggi: sugli spalti sedevano poche migliaia di spettatori e i giornali dedicavano alle partite brevi trafiletti. Tuttavia quella scelta cromatica avrebbe segnato definitivamente l’immagine sportiva dell’Italia.
Un simbolo sopravvissuto ai cambiamenti politici
Nel corso dei decenni l’azzurro attraversò momenti storici complessi senza essere abbandonato. Durante il Ventennio fascista, nonostante la predilezione del regime per il nero, il colore rimase sulle divise della nazionale, anche se venne affiancato dal fascio littorio.
La vera prova arrivò nel 1946, con il referendum istituzionale che sancì la fine della monarchia e la nascita della Repubblica italiana. Nonostante la caduta dei Savoia, si decise di mantenere l’azzurro come colore sportivo ufficiale: ormai non rappresentava più soltanto la dinastia regnante, ma l’intero Paese. Da quel momento il termine “Azzurri” divenne sinonimo stesso di Italia nel panorama sportivo internazionale.
Dalla nazionale di calcio a tutti gli sport italiani
Il calcio fu il primo ambito ad adottare stabilmente l’azzurro, ma nel tempo la scelta si estese progressivamente a quasi tutte le discipline. Oggi lo indossano le selezioni maschili e femminili, le squadre giovanili e le rappresentative di numerosi sport di squadra e individuali.

Lo si vede nelle competizioni ciclistiche internazionali, nelle sfide di tennis come la Coppa Davis e in molte altre manifestazioni sportive. L’azzurro è diventato quindi un codice visivo condiviso, capace di unire atleti e tifosi sotto un’unica identità nazionale, indipendentemente dalla disciplina praticata.
L’azzurro è presente anche fuori dallo sport
L’eredità dell’azzurro non si limita agli stadi. Anche la Repubblica italiana continua a utilizzarlo in diversi simboli ufficiali. Il bordo dello stendardo presidenziale, ad esempio, è azzurro, mentre la tradizionale sciarpa azzurra — introdotta già nel XVI secolo dai Savoia — resta parte dell’uniforme cerimoniale degli ufficiali delle forze armate.
Non esiste però una codificazione cromatica unica: ogni federazione o istituzione adotta una tonalità leggermente diversa, contribuendo alla varietà di sfumature che caratterizzano le divise italiane.
Perché non i colori della bandiera?
Resta però un dubbio lecito: perché non utilizzare direttamente verde, bianco e rosso? La risposta sta nel peso della tradizione. Quando la nazionale iniziò a giocare in azzurro, l’Italia era ancora una monarchia e quel colore rappresentava l’unità dello Stato. Con il passare degli anni, l’identificazione tra azzurro e Italia diventò così forte da superare il contesto politico originario.
Cambiare colore avrebbe significato rinunciare a un simbolo ormai riconosciuto a livello globale. Per questo, anche dopo la nascita della Repubblica, si preferì preservare una continuità storica che oggi appare naturale agli occhi degli italiani e degli appassionati di sport.
Le eccezioni e le alternative cromatiche
Non mancano comunque alcune varianti. In molte competizioni le squadre italiane utilizzano una seconda divisa bianca, spesso arricchita da dettagli azzurri. Esiste poi un caso emblematico nel mondo dei motori: la Ferrari, simbolo dell’automobilismo italiano, è associata al celebre “rosso corsa”, colore tradizionale delle vetture da competizione nazionali.
Queste eccezioni, tuttavia, non hanno mai scalfito il primato dell’azzurro come principale colore sportivo italiano.
Un pezzo di storia ancora in movimento
Oggi, ogni volta che una squadra italiana scende in campo con la maglia azzurra, porta con sé secoli di storia: dalle tradizioni medievali dei Savoia all’unificazione nazionale, fino alla Repubblica moderna. Ciò che nacque come omaggio monarchico si è trasformato in un simbolo condiviso, capace di rappresentare l’Italia ben oltre la politica e le epoche storiche.
Per questo motivo, quando il mondo guarda giocare gli Azzurri, non vede soltanto una squadra in campo, ma un frammento vivente della storia italiana.






