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Home Lifestyle

Nelle Marche esiste una città dove l’anima italiana si mescola con il Giappone più autentico: la conosci?

by Matilde Giunti
29 Ottobre 2025

Sul lungomare di Fano la vista cade prima sui gabbiani e poi su una fila di case basse dipinte a colori spenti: non è Tokyo, ma in certi scorci sembra di riconoscere la stessa geometria della pesca artigianale e delle banchine strette. Si cammina tra reti appese, cancelli decorati e insegne d’epoca; l’olfatto prende il sopravvento con l’odore del mare e del pesce appena sfilettato. È una scena concreta, fatta di lavoro, che mette insieme usi locali e suggestioni che riportano al Giappone più popolare: non per imitazione, ma per una coesistenza di pratiche e forme.

Un quartiere che parla di mare e identità

Il quartiere portuale noto come El Gugul è un pezzo della città che conserva un carattere definito: case basse affacciate sui canali, cortili stretti e piccoli oratori. Qui la memoria del lavoro di porto si legge sulle facciate e nelle recinzioni dove sono fissate le reti. La comunità di pescatori — detti purtulòt nella parlata locale — ha costruito una gerarchia sociale basata su strumenti e simboli riconoscibili: le vele di famiglia, i colori, i disegni che aiutavano a identificare ogni barca al ritorno in banchina. Si tratta di un patrimonio materiale e immateriale che resiste nonostante i cambiamenti tecnici.

La parola gugul indica le reti a imbuto, i cogolli della lingua locale, impiegate per catturare le anguille alla foce dei torrenti. Il metodo è semplice ma richiede esperienza: si tende la rete in punti precisi, si conosce la corrente e si attende. Un dettaglio che molti sottovalutano è che queste pratiche definiscono anche la fisionomia del quartiere, con magazzini, ripari e spazi comuni pensati attorno a un mestiere. Chi vive in città lo nota ogni giorno osservando i simboli sulle case: non si tratta di folklore, ma di strumenti di comunicazione funzionale.

Nel corso degli anni alcune capanne sono state ristrutturate e trasformate in abitazioni permanenti: rimangono le tracce della vita di porto, con piccoli cantieri, botteghe di riparazione reti e angoli dove si svolgono conversazioni sul meteo e sulle quote di pesca. È una porzione di città che mantiene un’autonomia culturale rispetto al centro urbano, e che per questo continua ad attirare attenzione sia dagli studiosi sia dai visitatori curiosi.

Foto by – Monica Ricci @ Instagram: https://www.instagram.com/visit_fano/

Vita di bordo, cambiamenti e quotidianità

La pesca è stata ed è il motore economico del porto di Fano. In passato le uscite duravano settimane: si partiva con viveri e attrezzature, si tornava quando le cassette erano piene. Quel ritmo plurimensile ha modellato relazioni familiari e ruoli sociali: le donne si occupavano delle reti e della vendita al mercato, gli uomini manovravano le imbarcazioni. Oggi la durata delle uscite è diminuita grazie alle tecnologie, ma la routine resta intensa e concreta. Pesca, mercato e manutenzione costituiscono ancora la base della quotidianità.

Un fenomeno che in molti notano solo d’inverno è la persistenza dei soprannomi: tra i purtulòt la maggior parte è ancora identificata con un nomignolo legato a una caratteristica, a una vicenda o a una vela. I soprannomi funzionano come etichette sociali che semplificano la comunicazione nei momenti di lavoro e nelle trattative con altri porti.

Negli ultimi anni sono arrivati interventi di riqualificazione, come la posa di nuova pavimentazione nei vicoli portuali, inaugurata con una cerimonia locale. Non si tratta solo di estetica: la manutenzione delle banchine è necessaria per la sicurezza delle imbarcazioni e per il transito delle merci. Un dettaglio che molti sottovalutano è come questi lavori influenzino i tempi di lavoro dei pescatori, alterando percorsi e spazi di stoccaggio. Organizzazione, manutenzione e normativa sulla pesca si intrecciano, e chi opera nel settore lo racconta con parole concrete e numeri pratici più che con retorica.

Il rapporto con il centro cittadino resta complesso: El Gugul comunica con altre aree portuali e con i mercati regionali, mantenendo scambi e relazioni professionali che superano i confini comunali. Ciò che emerge è una comunità che si adatta senza perdere i suoi riferimenti, dove la tecnica del lavoro di bordo continua a essere tramandata in modo pragmatico.

Cibo, infrastrutture e la presenza dei trabocchi

La cucina locale è conseguenza diretta del mare: si consuma ciò che si prende, con preparazioni semplici ma radicate. Tra i piatti che definiscono l’offerta gastronomica locale ci sono i bombolini alla fanese, il brodetto e la frittata di alici. Sono ricette che nascono dalla necessità di valorizzare catture piccole o variabili, trasformando il prodotto del giorno in piatti condivisibili. I ristoranti vicino al porto spesso offrono menu basati su disponibilità stagionale e su rapporti diretti con i pescatori.

Un aspetto che sfugge a chi vive in città è la dimensione infrastrutturale della pesca costiera: i trabocchi — qui chiamati quader per la loro struttura quadrata — rappresentano un metodo di pesca passivo e un punto di osservazione privilegiato sul mare. Costruzioni lignee che proiettano passerelle in acqua, i quader venivano usati per catturare banchi vicini alla costa con minor rischio rispetto alla pesca in mare aperto. Nel corso dell’anno questi manufatti hanno trovato anche una seconda vita turistica, ma la loro funzione primordiale rimane collegata alla pratica quotidiana della pesca.

La gestione delle risorse marine richiede equilibrio: le catture stagionali, i regolamenti e le pratiche tradizionali devono essere armonizzati per garantire sostenibilità e reddito. Un dettaglio che molti sottovalutano è l’impatto delle piccole infrastrutture portuali sulla qualità del prodotto servito nelle tavole locali; la vicinanza tra punto di pesca e ristorante riduce i tempi di conservazione, migliorando il gusto. Per questo la salvaguardia delle strutture e delle competenze artigiane è una questione concreta, che interessa non solo la memoria culturale ma anche l’economia locale.

Nel porto di Fano il dialogo tra tradizione e innovazione continua a modellare il paesaggio: non è un Giappone trasferito, ma un luogo dove pratiche marittime condividono somiglianze visuali e tecniche con altre culture, offrendo una lettura del territorio che richiede attenzione e tutela.

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