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Giappone, 15 anni dopo Fukushima: verso la riapertura della più grande centrale nucleare del mondo

Tokyo Electric Power (Tepco) punta a riavviare un reattore a Kashiwazaki-Kariwa, in Niigata: sarebbe un passaggio chiave nel ritorno del Giappone all’energia nucleare. Ma tra timori di terremoti, tsunami e piani di evacuazione, la fiducia dei residenti resta fragile.

by Vittorio De Bellaro
19 Gennaio 2026
Un'ispezione nella centrale nucleare di Fukushima

Un'ispezione nella centrale nucleare di Fukushima | Photo by IAEA Imagebank licensed under CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/) - Alanews.it

A poco meno di due mesi dal quindicesimo anniversario di Fukushima, il Giappone si prepara a un passaggio simbolico e controverso: il riavvio di un reattore nella centrale di Kashiwazaki-Kariwa, in prefettura di Niigata, la più grande del mondo per capacità complessiva (8,2 gigawatt). L’operazione, guidata da Tepco, è parte della strategia nazionale per rafforzare la sicurezza energetica e ridurre le emissioni, ma incontra resistenze locali fortissime: molti residenti temono che, in caso di emergenza, evacuare sarebbe impraticabile, soprattutto in inverno e in un’area con significativa attività sismica.

Considerazioni iniziali

  • Kashiwazaki-Kariwa è il più grande impianto nucleare al mondo: 7 reattori, 8,2 GW.

  • È fermo dal 2012, dopo lo shock del disastro di Fukushima (2011).

  • Tepco punta a riavviare l’Unità 6, con impatto stimato fino al +2% sull’elettricità dell’area di Tokyo.

  • Il riavvio è stato rinviato per un’anomalia emersa in test tecnici (allarme).

  • Paura e sfiducia restano alte: in un sondaggio locale oltre il 60% non ritiene soddisfatte le condizioni per la ripartenza.

Perché Kashiwazaki-Kariwa è un impianto “chiave” per il Giappone

Kashiwazaki-Kariwa non è una centrale qualunque. Collocata sulla costa del Mar del Giappone, nella prefettura di Niigata, occupa un’area enorme e, a pieno regime, produce 8,2 gigawatt: una potenza in grado di alimentare milioni di abitazioni. È proprio la sua scala a renderla un simbolo dell’energia nucleare giapponese, e anche un termometro politico: se riparte questa, significa che il Paese ritiene davvero maturo il ritorno del nucleare come pilastro del proprio mix energetico.

Dal 2012, tuttavia, l’impianto non ha più generato energia. Lo stop arrivò dopo il terremoto e lo tsunami dell’11 marzo 2011 e il conseguente collasso della centrale di Fukushima Daiichi, con la tripla fusione del nocciolo che segnò il peggior incidente nucleare dopo Chernobyl. Da allora, la ripartenza dei reattori in Giappone è diventata un percorso a ostacoli: tecnico, normativo, ma soprattutto sociale.

Il riavvio dell’Unità 6: cosa succede adesso e perché è stato rinviato

Il piano di Tepco prevede il riavvio del reattore n.6 di Kashiwazaki-Kariwa: una scelta che avrebbe un impatto concreto sul sistema elettrico, aumentando la disponibilità di energia per l’area metropolitana di Tokyo (stima fino al +2%). Per il governo giapponese è un tassello coerente con una strategia che mira a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati e a irrobustire la sicurezza energetica nazionale.

Ma proprio mentre la ripartenza sembrava imminente, è arrivato uno stop tecnico: il riavvio è stato posticipato a causa di un malfunzionamento di un sistema di allarme emerso durante verifiche nei test del fine settimana. Secondo ricostruzioni di media giapponesi e agenzie internazionali, il ritardo dovrebbe essere di pochi giorni, legato al completamento di ulteriori controlli e confronti con le autorità di regolazione.

Per Tepco, che gestiva anche Fukushima al momento del disastro, questa ripartenza avrebbe inoltre un peso reputazionale enorme: sarebbe la prima riaccensione di un proprio reattore dopo il 2011. E proprio per questo, ogni intoppo – anche minimo – riaccende un nervo scoperto: la fiducia.

Le paure dei residenti: “evacuare qui è quasi impossibile”

Il cuore della contestazione sta tutto in una parola: evacuazione. Entro un raggio di 30 chilometri dall’impianto vivono circa 420.000 persone. In caso di incidente grave, sarebbero loro a dover lasciare case, lavoro, scuole, spesso in tempi strettissimi.

Chi vive vicino alla centrale racconta timori concreti, più che ideologici: strade che d’inverno possono bloccarsi per la neve, popolazione anziana, difficoltà logistiche e sanitarie. In alcune testimonianze raccolte sul territorio, la sensazione è che i piani sulla carta non reggerebbero allo stress di un’emergenza reale. Il problema, dicono gli oppositori, non è solo “quanto è sicuro un reattore”, ma “quanto è praticabile salvare centinaia di migliaia di persone se qualcosa va storto”.

A pesare è anche l’assenza di un consenso pieno e formalizzato. I comitati locali sottolineano la mancata consultazione diretta tramite referendum prefetturale e citano sondaggi che indicano un’opposizione diffusa alla ripartenza. In particolare, una rilevazione istituzionale locale avrebbe mostrato che oltre il 60% dei residenti nel raggio più vicino non considera soddisfatte le condizioni per riaccendere l’impianto.

Sicurezza, terremoti e precedenti: cosa contesta chi dice “no”

La prefettura di Niigata non è un luogo neutro dal punto di vista geologico. La storia recente ricorda un evento preciso: nel 2007 un terremoto offshore di forte intensità colpì l’area, causando danni e un incendio in un trasformatore; i reattori allora in funzione si spensero automaticamente. È uno degli episodi che alimentano la preoccupazione su quanto “assoluta” possa essere la promessa di sicurezza in una regione sismicamente attiva.

Su questo fronte, i critici aggiungono un elemento di clima generale: nelle stesse settimane, l’industria nucleare giapponese è finita sotto nuova pressione mediatica e politica dopo che Chubu Electric (altra utility del Paese) è stata accusata di aver falsificato dati sul rischio sismico durante una revisione regolatoria legata a un possibile riavvio di reattori presso l’impianto di Hamaoka. È un caso che, per molti cittadini, indebolisce ulteriormente l’idea che controlli e filiere industriali siano impermeabili a errori o scorciatoie.

Il risultato è un cortocircuito: per lo Stato e per Tepco il nucleare è una strada “necessaria”; per una parte consistente della popolazione locale, invece, è una decisione vissuta come imposta dall’alto, con benefici energetici distribuiti altrove e rischi concentrati in loco.

La risposta di Tepco: investimenti e nuove barriere contro tsunami e blackout

Tepco sostiene di aver incorporato le lezioni di Fukushima e punta su due leve: misure di sicurezza rafforzate e compensazioni economiche per il territorio. L’azienda ha annunciato l’intenzione di investire 100 miliardi di yen in dieci anni nella prefettura di Niigata, con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo locale e ridurre la distanza tra impianto e comunità.

Sul piano tecnico, l’impianto è stato aggiornato con barriere e infrastrutture pensate per prevenire gli scenari più temuti dal 2011: tsunami e perdita di alimentazione elettrica. Tepco evidenzia la presenza di seawall (muri di protezione), porte stagne, generatori diesel mobili pronti all’uso, sistemi di raffreddamento d’emergenza e nuovi filtri per limitare il rilascio di materiali radioattivi in caso di incidente.

Il messaggio dell’utility è lineare: la sicurezza non è un capitolo accessorio, è il prerequisito. Ma proprio qui sta la frizione più difficile da sciogliere. Perché la sicurezza non è solo ingegneria: è anche percezione, credibilità, rapporto con il territorio.

Il contesto nazionale: perché Tokyo vuole tornare al nucleare

Il dossier Kashiwazaki-Kariwa si inserisce nella cornice più ampia della politica energetica giapponese. Prima del 2011, il Paese aveva 54 reattori operativi che garantivano circa il 30% della produzione elettrica. Dopo Fukushima, l’intero sistema fu quasi azzerato; negli anni, il processo di ripartenza è stato graduale e conflittuale: oggi, su 33 reattori considerati “operabili”, ne risultano in servizio 14.

Il governo spinge per un ritorno più deciso del nucleare per motivi che incrociano economia e ambiente: ridurre le emissioni, limitare i costi legati alle importazioni di combustibili fossili, e rafforzare la sicurezza energetica in un mondo segnato da instabilità geopolitiche e volatilità dei mercati. La ripartenza di Kashiwazaki-Kariwa, proprio perché gigantesca e simbolica, diventa quindi una “prova di sistema”: tecnica, politica e sociale.

Considerazioni finali

Qual è la centrale nucleare più grande del mondo?
Kashiwazaki-Kariwa, in Giappone (prefettura di Niigata), con 7 reattori e 8,2 gigawatt di capacità complessiva.

Perché la ripartenza è così discussa?
Perché l’impianto è gestito da Tepco, la stessa società legata al disastro di Fukushima, e perché i residenti temono terremoti, tsunami e piani di evacuazione non realistici.

Che cosa riavvia Tepco nello specifico?
Il reattore Unità 6, la cui ripartenza è stata rinviata per verifiche dopo un’anomalia in test tecnici.

Quanti reattori sono attivi oggi in Giappone?
Dopo lo stop post-2011, la ripartenza è stata graduale: attualmente sono in servizio 14 reattori su 33 operabili.

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