Per oltre cento anni, essere figli di italiani significava automaticamente diventare cittadini italiani, ovunque ci si trovasse nel mondo. Un diritto semplice, che ha mantenuto vivo il legame tra la madrepatria e milioni di discendenti sparsi su tutti i continenti. Oggi, però, quel legame si spezza. Con la legge del 2025, approvata dalla Corte Costituzionale, arrivano regole più rigide che chiudono le porte a molti, escludendo dalla cittadinanza chi prima l’avrebbe avuta senza ostacoli. È una svolta che scuote la diaspora italiana, mettendo in discussione un pezzo importante della sua identità.
La cittadinanza italiana per discendenza affonda le radici nel lontano 1865, poco dopo l’unità del paese. Lo “ius sanguinis” — il diritto di trasmettere la cittadinanza attraverso i genitori — è nato per mantenere vivi i legami con milioni di italiani che, a partire dal 1861, lasciavano la patria in cerca di una vita migliore. Tra allora e il primo dopoguerra, oltre 16 milioni di italiani sono emigrati soprattutto in America, portando con sé il sogno di restare italiani anche a distanza.
Fu nel 1912 che lo Stato sancì ufficialmente questo principio, riconoscendo la cittadinanza anche ai figli nati e residenti all’estero di genitori italiani. Nel 1992, poi, la legge rafforzò ulteriormente questo diritto, consolidando un legame che era molto più di un semplice documento: era un ponte culturale, un modo per tenere viva l’identità italiana sparsa nel mondo.
2025, l’anno del giro di vite: chi perde la cittadinanza?
Il 28 marzo 2025 ha segnato una svolta pesante. Un decreto urgente del governo ha introdotto una regola severa: per ottenere la cittadinanza per discendenza, bisogna avere un genitore o un nonno nato in Italia che abbia conservato solo la cittadinanza italiana, senza mai acquisirne altre. Basta quindi un passaggio di cittadinanza straniera nelle generazioni precedenti per chiudere la porta.
Questa norma taglia fuori molti, creando situazioni paradossali: in una stessa famiglia un fratello può essere cittadino, l’altro no. Il percorso burocratico è diventato un percorso a ostacoli: certificati difficili da reperire, file interminabili ai consolati che a volte significano anni di attesa.
Molti si rivolgono a studi legali, ma le spese per accelerare la pratica possono arrivare a decine di migliaia di euro, un costo fuori portata per tante famiglie. E non si può dimenticare la discriminazione di genere ancora pendente: fino al 1948 le donne italiane non potevano trasmettere la cittadinanza, lasciando fuori intere generazioni di discendenti che oggi combattono in tribunale per far valere un diritto negato per decenni.
L’Italia che perde i suoi figli: l’impatto sulla diaspora e sul paese
Questa stretta arriva in un momento delicato, con l’Italia che nel 2024 ha visto partire un record di 155.732 persone, soprattutto dal Sud e dalla Sicilia. Le amministrazioni locali avevano tentato di riportare indietro figure chiave, come medici dall’Argentina, ma ora queste strategie rischiano di essere bloccate dalle nuove regole.
I numeri parlano chiaro: tra il 2014 e il 2024 gli italiani residenti all’estero sono passati da 4,6 a 6,4 milioni, con i consolati sotto pressione, specie in paesi come l’Argentina, che solo l’anno scorso ha gestito oltre 30.000 richieste di cittadinanza. Il governo giustifica la stretta anche con ragioni geopolitiche: paura che i passaporti italiani vengano usati per viaggiare senza obblighi civili o fiscali, mettendo in discussione il vero legame con il paese.
Non mancano le critiche, come quelle del professor Corrado Caruso, che parla di «intervento di portata politica enorme» e denuncia l’intasamento di consolati e tribunali. Il risultato è un sistema sempre più selettivo e complicato per chi vuole confermare la propria italianità.
La battaglia non è finita: tra speranze e incertezze la parola alla Corte
A poche settimane dalla prima udienza della Corte Costituzionale, arriva un segnale chiaro: la maggioranza sembra pronta a sostenere il governo, bocciando i ricorsi che puntano a difendere il tradizionale diritto allo ius sanguinis. Una batosta per chi sperava in un ripensamento.
Ma l’avvocato Marco Mellone, esperto in casi di cittadinanza, non molla. Con un’altra udienza alla Corte di Cassazione prevista ad aprile, vuole mettere in discussione il decreto, sostenendo che la cittadinanza è un diritto che nasce con la persona, non una concessione che si può cambiare a posteriori.
Nel frattempo, i tribunali sono sommersi da migliaia di ricorsi. Tante persone sparse nel mondo aspettano di sapere se potranno mantenere quel legame formale che per loro rappresenta molto più di un pezzo di carta: è un senso di appartenenza, un legame con una storia e una cultura.
Il tempo dirà se queste nuove regole saranno solo un momento passeggero o se segneranno per sempre un cambio di rotta nell’identità dell’Italia e nel rapporto con la sua diaspora. Intanto, a migliaia di chilometri di distanza, centinaia di migliaia di persone si preparano a lottare, difendendo un diritto che per molti è questione di cuore e di giustizia.
