Oltre a essere uno dei paesi con le maggiori riserve di petrolio al mondo, il Venezuela porta con sé un peso finanziario enorme: un debito accumulato in anni di crisi economica, sanzioni internazionali e default. È un’eredità che rischia di complicare i tentativi degli Stati Uniti di esercitare un’influenza governativa sul paese, dopo l’intervento militare culminato nella cattura del presidente Nicolás Maduro. Tra gli obiettivi di Washington potrebbe esserci anche quello di riaprire la partita dei crediti, considerando che decine di miliardi di dollari sono dovuti a soggetti statunitensi.
Venezuela: un default mai risolto e debiti in continua crescita
Il nodo del debito venezuelano affonda le sue radici nel 2017, quando il paese dichiarò il fallimento sul debito estero. Il governo non riuscì allora a onorare i pagamenti relativi a obbligazioni per circa 60 miliardi di dollari, emesse sia dallo Stato sia dalla compagnia petrolifera pubblica PDVSA. Da quel momento le passività hanno continuato ad accumularsi, senza che i creditori potessero realmente far valere i propri diritti.
A frenare qualsiasi soluzione hanno contribuito due fattori principali: la scarsità di risorse finanziarie del paese e le sanzioni statunitensi, che rendono impossibile ristrutturare il debito senza l’autorizzazione esplicita del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. Secondo stime di Reuters, considerando anche i debiti di PDVSA, il Venezuela dovrebbe oggi tra i 150 e i 170 miliardi di dollari ai creditori internazionali, di cui oltre 100 miliardi sotto forma di obbligazioni. Una cifra imponente se confrontata con un PIL stimato dal Fondo monetario internazionale in circa 82,8 miliardi di dollari nel 2025.
Chi sono i creditori e cosa chiedono
Per comprendere la portata del problema è fondamentale capire chi vanta crediti nei confronti di Caracas. Una prima categoria è composta dai detentori dei bond internazionali, titoli emessi dallo Stato venezuelano e da PDVSA. Dopo il default, molte di queste obbligazioni sono state acquistate sul mercato secondario da fondi di investimento specializzati, a prezzi fortemente scontati, con l’obiettivo di incassarne il valore pieno in futuro. Oggi sono tra i soggetti più attivi nel premere per la riapertura dei negoziati.
Un secondo gruppo è formato dalle aziende, soprattutto del settore energetico, colpite dalle nazionalizzazioni avviate nel 2007 dal governo di Hugo Chávez. In diversi casi, arbitrati e sentenze internazionali hanno trasformato le perdite subite in crediti esigibili, che il Venezuela dovrebbe riconoscere come risarcimenti.
Infine ci sono gli Stati che hanno prestato direttamente denaro a Caracas. Tra questi spiccano la Russia e soprattutto la Cina, che secondo varie stime vantano crediti per almeno 10 miliardi di dollari. Il modo in cui il paese affronterà questa montagna di debiti dipenderà in larga parte dall’azione della nuova presidente ad interim Delcy Rodríguez e dal grado di influenza che gli Stati Uniti eserciteranno sul suo governo. Al momento il quadro resta incerto, ma secondo Bloomberg alcuni creditori ritengono plausibile che i negoziati per il rimborso possano iniziare già nel corso dell’anno, anche alla luce del nuovo equilibrio politico creato dall’intervento statunitense.






