Teheran, 4 marzo 2026 – L’ipotesi di un coinvolgimento strategico dei curdi iraniani come leva per minare l’unità nazionale della Repubblica Islamica dell’Iran sta guadagnando terreno tra le potenze occidentali e mediorientali. Stati Uniti e Israele avrebbero intensificato i loro sforzi per armare e sostenere le fazioni curde all’interno del territorio iraniano, in modo da coinvolgerli nel rovesciamento del regime degli ayatollah.
Stati Uniti, Israele e i curdi
Secondo fonti investigative confermate da Axios, il presidente statunitense Donald Trump avrebbe intrattenuto contatti diretti con esponenti di primo piano del movimento curdo iraniano, incluso Mustafa Hijri, presidente del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano. Parallelamente, Trump si sarebbe confrontato anche con Masoud Barzani e Bafel Talabani, leader delle principali fazioni curde del Kurdistan iracheno, storici alleati degli Stati Uniti sin dall’epoca della resistenza contro Saddam Hussein. Questi attori sostengono da tempo la causa curda iraniana, accentuando la pressione su Teheran.
L’obiettivo è rafforzare la capacità operativa e politica dei curdi nel contrastare il governo centrale. Il sostegno esterno, oggi proveniente principalmente da Washington e Tel Aviv, segue un passato di appoggi sauditi e si traduce in un aumento degli scontri armati e degli attacchi ai campi curdi al confine tra Iran e Iraq.
La coalizione curda e l’escalation militare
Il Times of Israel ha indicato che la coalizione curda si sta addestrando per attacchi mirati a indebolire l’esercito iraniano, approfittando della contemporanea pressione di bombardamenti aerei e missilistici condotti da Israele e Stati Uniti su obiettivi strategici iraniani. Le recenti operazioni nelle città di Paveh e Sanandaj, nell’Iran occidentale, potrebbero preludere a una più ampia offensiva di terra da parte dei militanti curdi.
Questa strategia sembra riflettere una predominanza della linea israeliana, tesa a sfruttare le divisioni etniche interne all’Iran per provocare un collasso politico e sociale, mentre Washington mantiene un approccio più mirato a contenere l’influenza regionale di Teheran. La risposta iraniana è stata immediata e dura: i Guardiani della Rivoluzione hanno colpito con droni e missili i rifugi curdi, mentre il presidente del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, ha minacciato una repressione senza quartiere.
Le complessità del sostegno internazionale e le implicazioni regionali
La coalizione curda include anche il Partito della Vita Libera del Kurdistan (Pjak), affiliato al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato un’organizzazione terroristica da Iran, Turchia e Stati Uniti. Questa caratteristica complica ulteriormente le dinamiche regionali: la Turchia, pur temendo un’escalation e la formazione di un’autorità curda autonoma dopo la perdita di controllo sul Rojava siriano, mostra un atteggiamento ambivalente, preoccupata sia dal rischio di caos generalizzato sia dalla potenziale forza militare curda.
Secondo analisi di Forbes, la Cia si trova ora a dover armare gruppi con i quali ha rapporti ufficialmente vietati, in un tentativo di sfruttare le divisioni etniche per sovvertire il regime. Il sostegno a questa strategia è stato anche rafforzato da influenti lobby filo-israeliane negli Stati Uniti, tra cui figure legate a Miriam Adelson, potente donatrice di Trump.
Il popolo curdo, con radici storiche e culturali che affondano nell’antichità mediorientale e una popolazione stimata tra i 30 e i 40 milioni di persone distribuita tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, si trova così nuovamente al centro di un gioco geopolitico complesso. Le aspirazioni nazionali curde, storicamente frammentate e represse, rischiano di essere strumentalizzate nel contesto di una nuova guerra per procura che potrebbe ridisegnare gli equilibri regionali.






