20 febbraio 2026 – Il capo dell’esercito sudanese Abdel Fattah al-Burhan ha confermato il suo netto rifiuto a una tregua nel conflitto che da quasi tre anni insanguina il Sudan, ponendo come condizione imprescindibile il completo ritiro delle Forze di Supporto Rapido (RSF) dalle aree urbane. In un discorso pronunciato durante la celebrazione della festa nazionale per la liberazione di Omdurman, Burhan ha altresì escluso la partecipazione degli Emirati Arabi Uniti come mediatori nel processo negoziale, criticando duramente la proposta avanzata dagli Stati Uniti e accusando le RSF di gravi crimini contro la popolazione civile.
Il rifiuto della tregua e la critica alla mediazione internazionale
Il generale Burhan ha definito la proposta di tregua degli Stati Uniti come “la peggiore mai presentata”, sostenendo che essa favorirebbe la frammentazione del Paese e non prevede il ritiro delle RSF dalle zone civili, elemento che per l’esercito rappresenta un ostacolo insormontabile alla pace. L’inviato statunitense Massad Boulos aveva avanzato un piano di cessate il fuoco, accolto con freddezza dal comando militare, che ha invece espresso maggiore fiducia nella mediazione sponsorizzata dall’Arabia Saudita, considerata da Burhan “una proposta perfetta” per evitare la distruzione totale del Sudan.
Inoltre, il capo militare ha respinto la presenza degli Emirati Arabi Uniti nel meccanismo quadrilaterale di pace, accusando il Paese di aver fornito armi alle RSF e di sostenere indirettamente la milizia paramilitare, responsabile secondo Amnesty International di massacri, stupri e altre violenze nella regione del Darfur e in altre zone del Sudan.
La situazione sul terreno in Sudan
Le RSF, guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, controllano attualmente vaste aree del Darfur, del Kordofan Occidentale e di parti del Kordofan Settentrionale e Meridionale, mentre l’esercito regolare ha riconquistato il Sudan centrale, lo Stato di Khartoum e alcune zone del Kordofan Settentrionale. Burhan ha denunciato le atrocità commesse dalle RSF, inclusi omicidi, stupri e distruzioni di infrastrutture, e ha esortato i miliziani a reintegrarsi come cittadini comuni, garantendo che in caso contrario saranno contrastati con la forza fino alla resa.
Il generale ha inoltre invitato i politici sudanesi in esilio a tornare nel Paese per partecipare attivamente alla ricostruzione e al processo di transizione, annunciando l’intenzione di istituire un consiglio legislativo che includa rappresentanze giovanili e locali per definire il futuro e promuovere la pace.





