Appena 3,2 chilometri: tanto basta perché lo Stretto di Hormuz diventi il punto più sensibile del pianeta. Qui si concentra l’attenzione internazionale mentre il conflitto infiamma il Medio Oriente, dal sud del Libano fino al Golfo. Questo passaggio marittimo rappresenta il corridoio obbligato per circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto mondiale.
L’attenzione globale sullo Stretto di Hormuz
L’Iran, che ne controlla di fatto l’accesso, ha dimostrato di poter regolare i flussi come una leva geopolitica. Dopo l’attacco del 28 febbraio da parte di Stati Uniti e Israele, Teheran ha alzato il livello dello scontro: navi colpite da missili e droni, mine nei punti strategici e costi assicurativi alle stelle. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, il rischio è quello del più grande blackout petrolifero della storia.
Uno stretto ancora aperto, ma a metà
Nonostante l’escalation, Hormuz non è completamente chiuso. I dati del traffico marittimo mostrano una realtà più sfumata: la “porta stretta” è socchiusa. Dall’inizio di marzo, almeno tredici petroliere iraniane hanno attraversato lo stretto, trasportando milioni di barili di greggio.
Accanto all’Iran, anche altri Paesi continuano – seppur con cautela – a utilizzare la rotta. Navi provenienti da India, Pakistan e Cina hanno ripreso il transito, spesso dopo negoziati diretti con Teheran per garantire la sicurezza. Tuttavia, il volume resta drasticamente ridotto: dalle circa 125 navi al giorno in tempo di pace, il traffico è crollato e oltre mille imbarcazioni restano bloccate, con pesanti ricadute sul commercio globale.
Lo Stretto di Hormuz come arma
La strategia iraniana appare chiara: usare lo Stretto di Hormuz come strumento di pressione economica e politica. Limitare l’accesso ai “nemici e ai loro alleati” consente a Teheran di colpire direttamente i mercati energetici e influenzare la comunità internazionale.






