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Negoziati a Sharm el-Sheikh: Trump spinge Netanyahu e Hamas verso l’accordo

Il nodo principale resta quello dello scambio dei prigionieri, considerato la chiave per sbloccare il resto dell’intesa

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Trump contro Powell

Trump | Shutterstock - alanews

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

A Sharm el-Sheikh si apre oggi una nuova e delicata fase dei negoziati per la pace a Gaza. Il presidente statunitense Donald Trump si è mostrato fiducioso sull’esito dei colloqui, che secondo lui “stanno già andando bene” e potrebbero concludersi in pochi giorni. Il nodo principale resta quello dello scambio dei prigionieri, considerato la chiave per sbloccare il resto dell’intesa.

Il pressing di Trump su Hamas e Netanyahu

Trump ha ribadito che il suo piano rappresenta “un ottimo accordo per Israele e per il mondo arabo”, ma ha avvertito Hamas: se il movimento rifiuterà di cedere il controllo della Striscia, subirà una “distruzione completa”. Pur insistendo sul consenso quasi unanime attorno alla proposta americana, il presidente ha ammesso la possibilità di modifiche, affermando che “ci saranno sempre alcuni cambiamenti”.

Secondo il sito Axios, l’intesa con il premier israeliano Benjamin Netanyahu non sarebbe stata semplice. Durante una telefonata dai toni accesi, Trump avrebbe rimproverato il leader israeliano per la sua reazione negativa alla risposta di Hamas, esortandolo ad accettare l’accordo come una vittoria.

Il ruolo di Marco Rubio e la prima fase dei colloqui

Il segretario di Stato Marco Rubio ha chiesto a Israele di sospendere i bombardamenti per consentire il rilascio degli ostaggi, precisando che Trump “vuole risultati rapidi”. La prima parte dei negoziati in Egitto sarà dedicata alla definizione delle modalità dello scambio: il rilascio di 48 ostaggi israeliani, di cui 20 ancora in vita, in cambio di 250 ergastolani palestinesi e 1.700 detenuti arrestati dopo il 7 ottobre.

La seconda fase, più complessa, riguarderà il disarmo di Hamas e la futura amministrazione della Striscia. Ma il movimento palestinese vuole che le due fasi siano collegate, ipotesi respinta da Israele. Netanyahu è stato chiaro: “Finché non verranno liberati tutti gli ostaggi, vivi o morti, non passeremo al resto”.

Negoziati, le richieste di Hamas e il contesto sul campo

Fonti di Hamas hanno dichiarato ad Al-Arabiya di aver iniziato a recuperare i corpi degli ostaggi deceduti, chiedendo la sospensione dei bombardamenti per completare l’operazione, mentre la Croce Rossa si prepara a intervenire con incontri tecnici. Secondo il canale saudita Asharq, il movimento chiede inoltre il ritiro dell’esercito israeliano alle posizioni precedenti all’accordo di gennaio e una sospensione temporanea delle operazioni aeree durante il rilascio dei prigionieri.

La bandiera del braccio militare di Hamas - Gaza
La bandiera del braccio militare di Hamas | Photo by Guilherme Paula, Oren neu dag – alanews.it

Hamas intende anche discutere i criteri di liberazione dei detenuti palestinesi, privilegiando l’anzianità di detenzione e l’età. Questo principio favorirebbe la scarcerazione di figure di spicco come Marwan Barghouti, Ahmad Sa’adat, Ibrahim Hamed, Hassan Salameh e Abbas Sayyed, una prospettiva che Israele rifiuta categoricamente.

Israele, Gaza e il ruolo degli Stati arabi nei negoziati

Netanyahu insiste sul disarmo totale di Hamas e sulla smilitarizzazione della Striscia, dove la popolazione di Gaza City è ormai ridotta a poche decine di migliaia di persone, dopo l’evacuazione di circa 900 mila civili. Il premier israeliano, tuttavia, non ha ancora garantito un ritiro militare completo, come prevede il piano americano e come richiesto da diversi Paesi arabi e musulmani, che in una dichiarazione congiunta hanno espresso sostegno all’iniziativa di Trump e rilanciato la prospettiva della soluzione a due Stati, osteggiata da Netanyahu.

Il team americano e la mediazione internazionale

Il successo dei negoziati dipenderà in larga parte dall’azione diplomatica della delegazione statunitense, guidata dall’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff e da Jared Kushner, genero del presidente, in collaborazione con i mediatori egiziani e qatarini. Trump, dal canto suo, continua a mantenere alta la pressione su entrambe le parti, nella speranza di trasformare Sharm el-Sheikh nel punto di svolta di una crisi che da mesi infiamma il Medio Oriente.

Al-Sisi elogia il piano di Trump per Gaza: “Siamo sulla strada giusta verso la pace”

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha espresso il proprio sostegno all’iniziativa presentata di Trump per raggiungere un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Durante un discorso pronunciato al Cairo in occasione dell’anniversario della guerra del Kippur del 1973, Al-Sisi ha lodato l’impegno di Washington: “Non posso che esprimere la mia lode e gratitudine al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per la sua iniziativa di stabilire un cessate il fuoco a Gaza”.

Il leader egiziano ha definito il piano un passo importante per la stabilità regionale, sottolineando che un accordo sul cessate il fuoco, il rilascio dei prigionieri, la ricostruzione della Striscia e l’avvio di un processo politico che conduca alla creazione e al riconoscimento dello Stato palestinese rappresentano «la strada giusta verso una pace e una stabilità durature».

Le parole di Al-Sisi giungono in un momento di intensa attività diplomatica al Cairo, con l’Egitto ancora una volta al centro degli sforzi di mediazione tra Israele e Hamas, nella speranza di porre fine a un conflitto che continua a minacciare l’equilibrio dell’intera regione.

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