Minneapolis, 7 gennaio 2026 – Una donna è stata uccisa da agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) durante un’operazione anti-immigrazione nel quartiere Powerhorn di Minneapolis, Minnesota. L’episodio ha scatenato proteste e acceso un acceso dibattito politico e sociale sulla gestione delle attività di controllo dell’immigrazione negli Stati Uniti.
La sparatoria a Minneapolis e le versioni contrapposte
Secondo quanto riportato dalle autorità, la donna avrebbe tentato di speronare con la sua auto gli agenti dell’Ice impegnati nell’operazione nella zona residenziale di Powerhorn, provocando l’intervento con spari da parte degli agenti federali. Un video virale circolato sui media locali e sui social mostra un agente mascherato che si avvicina all’auto, mentre un altro agente urla alla donna di uscire dal veicolo. Successivamente si sentono tre colpi di arma da fuoco sparati a bruciapelo attraverso il finestrino dell’auto, che poi si schianta contro un’altra vettura parcheggiata. La testimone che ha ripreso la scena ha dichiarato di aver assistito casualmente all’evento mentre passeggiava.
Dalla Homeland Security è stata fornita una versione che definisce l’azione come legittima difesa, affermando che l’agente ha sparato per proteggere la propria vita e quella dei colleghi. La vittima, come reso noto dall’ufficio della senatrice Tina Smith, era la moglie di un leader del movimento a difesa dei migranti ed è stata accusata di aver usato la sua auto come un’arma per cercare di uccidere gli agenti federali.
Reazioni politiche e sociali
La sparatoria ha provocato una forte reazione da parte delle autorità locali e nazionali. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha definito l’episodio come un abuso di potere, denunciando la sconsideratezza dell’agente e chiedendo alle forze federali di lasciare immediatamente la città, sottolineando come gli agenti stiano provocando il caos. Minneapolis, insieme alla città gemella St. Paul, è in stato di allerta da quando il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha annunciato l’operazione, legata in parte ad accuse di frode coinvolgenti residenti di origine somala.
Dal canto suo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha lanciato questa massiccia campagna contro l’immigrazione illegale mobilitando oltre 2.000 agenti dell’Ice, ha difeso l’agente che ha sparato sostenendo che l’azione sia avvenuta per autodifesa. La ministra della Homeland Security, Kristi Noem, ha invece definito la sparatoria un atto di terrorismo interno, sottolineando la gravità dell’incidente.
Tra gli agenti federali coinvolti nell’operazione, figura anche Gregory Bovino, alto funzionario della U.S. Customs and Border Patrol noto per aver guidato operazioni simili di repressione anti-immigrati in altre città come Los Angeles e Chicago.
L’area coinvolta nella sparatoria è particolarmente simbolica: si trova a poco più di un chilometro dal luogo dove nel 2020 George Floyd, afro-americano, fu ucciso da un agente di polizia, evento che scatenò proteste nazionali e internazionali contro il razzismo e la violenza delle forze dell’ordine.






