Tel Aviv, 2 marzo 2026 – Dopo i recenti attacchi di Hezbollah, l’Israele ha adottato per la prima volta in operazioni reali il sistema di difesa aerea a laser chiamato Iron Beam, noto anche come Laser Dome o Eitan’s Light. Questa mossa è avvenuta in risposta al lancio di missili da parte del gruppo paramilitare sciita Hezbollah, alleato dell’Iran, che ha intensificato il conflitto dopo i recenti bombardamenti israelo-statunitensi in Medio Oriente.
Nuove dinamiche nel conflitto tra Israele e Hezbollah
Durante la notte, Hezbollah ha sparato numerosi razzi dal territorio libanese verso Israele, manifestando il proprio sostegno all’Iran dopo l’uccisione di Khamenei e gli attacchi israeliani su Beirut, che hanno causato almeno 31 morti e centinaia di feriti. In risposta, Israele ha aumentato la pressione militare, minacciando un’invasione terrestre in Libano e impiegando tecnologie avanzate per la difesa aerea, tra cui appunto il sistema Iron Beam.
A differenza dell’Iron Dome, che intercetta i razzi tramite missili Tamir, l’Iron Beam utilizza un laser a fibra ottica ad alta energia per neutralizzare i bersagli. Il raggio laser viene focalizzato sul missile o sul drone nemico, surriscaldandolo fino a provocarne l’esplosione o la disattivazione in pochi secondi. Il sistema è progettato per contrastare razzi a corto raggio, mortai e velivoli senza pilota, e si distingue per un’efficacia potenziale elevata grazie all’uso di impulsi laser concentrati.
Caratteristiche tecniche del sistema Iron Beam
L’Iron Beam è operativo dal 2025, dopo anni di sviluppo iniziati con la sua presentazione nel 2014. Il dispositivo dispone di una batteria composta da un radar di sorveglianza, un’unità di comando e controllo e due sistemi laser ad alta energia (HEL). La potenza stimata del laser è di circa 100 kilowatt, con un raggio d’azione che arriva a 10 chilometri, più limitato rispetto all’Iron Dome, ma sufficiente per intercettare minacce a breve distanza.
Un vantaggio cruciale del sistema è di natura economica: mentre un singolo missile intercettore Tamir costa decine di migliaia di dollari, un impulso del laser richiede solo l’energia elettrica necessaria, pari a qualche dollaro. Questo consente un uso teoricamente illimitato del sistema, rendendolo particolarmente adatto a scenari di attacchi ripetuti e prolungati.
Nonostante l’innovazione tecnologica, l’Iron Beam presenta alcune limitazioni. Le condizioni meteo avverse come nebbia, pioggia intensa o polveri nell’aria possono disperdere il raggio laser, riducendone l’efficacia. Inoltre, il sistema richiede di mantenere il puntamento sul bersaglio per un periodo di 2-5 secondi, un tempo significativo in situazioni di attacchi multipli simultanei provenienti da diverse direzioni, che può compromettere la capacità di neutralizzare rapidamente numerosi obiettivi.
Inoltre, il sistema fatica a contrastare minacce più moderne, come i droni silenziosi a propulsione elettrica e gli UAV a bassa quota con bassa firma radar, come i droni Shahed 101, considerati tra i bersagli più insidiosi nel panorama attuale. L’efficacia contro tali minacce può scendere fino al 50%, a fronte di un tasso di intercettazione complessivo che si attesta tra il 90 e il 95% per obiettivi più convenzionali.
Il ricorso all’Iron Beam rappresenta dunque un passo avanti significativo nella difesa aerea israeliana, ma il conflitto in corso evidenzia come la guerra tecnologica stia evolvendo rapidamente, con sfide crescenti da parte di nuovi sistemi di attacco.






