Teheran, 15 gennaio 2026 – Nelle scorse ore un attacco statunitense sull’Iran sembrava imminente: Donald Trump aveva avvertito i cittadini americani di lasciare il Paese, Reuters aveva suggerito un possibile raid “entro 24 ore” e la Repubblica Islamica aveva chiuso il suo spazio aereo in via precauzionale. Eppure nessun attacco si è verificato. Trump infatti, secondo alcune fonti vicine all’amministrazione Usa, avrebbe annullato l’attacco: le motivazioni potrebbero essere molteplici, dalla mancanza di una portaerei di supporto alla volontà di mediazione, passando per l’economia del Medio Oriente.
Tuttavia, il New York Times e altre fonti Usa, sono sicure: un attacco ci sarà e avrà luogo “nei prossimi giorni“. Cosa ha spinto allora Trump a rimandare l’attacco, e perché questo potrebbe avvenire la prossima settimana?
Il ruolo strategico dei Paesi del Golfo nella diplomazia con l’Iran
Arabia Saudita, Qatar e Oman avrebbero svolto un ruolo chiave nel convincere l’amministrazione Trump a rivalutare la propria posizione sull’Iran, secondo quanto riferito da un funzionario saudita all’agenzia AFP. I Paesi del Golfo avrebbero avvertito gli Stati Uniti dei rischi connessi a un eventuale attacco militare contro Teheran, sottolineando che una tale azione potrebbe generare “gravi contraccolpi” nella regione.
I Paesi del Golfo, storici rivali del regime di Teheran, avrebbero esortato il presidente americano a non effettuare alcun regime change, in quanto farebbe crollare il prezzo del petrolio e destabilizzerebbe l’economia e la sicurezza della regione. Riyadh avrebbe inoltre escluso il permesso di sorvolo del proprio spazio aereo ai jet americani, così come la propria partecipazione ad eventuali attacchi.
Il tycoon sa quanto è importante il rapporto con i Paesi del Golfo per l’economia e per la geopolitica americana nella regione, per cui avrebbe acconsentito a rimandare l’attacco di qualche giorno, in attesa che i preparativi fossero ultimati.
Mancanza di supporto tattico
Nonostante gli Stati Uniti dispongano dell’esercito più potente al mondo, colpire l’Iran non sarebbe certo una mossa senza contraccolpi. Teheran ha già affermato che qualunque attacco avrà “conseguenze”, minacciando di colpire le basi militari statunitensi nella regione. A subire eventuali contrattacchi sarebbero anche gli alleati americani in Medio Oriente, primo fra tutti Israele, che con l’Iran non ha mai avuto un buon rapporto.
Pertanto Donald Trump, come riporta la NBC, avrebbe annullato all’ultimo momento l’operazione in quanto vorrebbe che la Repubblica Islamica cada senza una guerra prolungata: qualsiasi azione militare statunitense contro l’Iran deve essere rapida e decisa, annientando il regime in un solo colpo. Inoltre, ieri vi erano ancora troppi cittadini americani ed europei nel Paese, configurando un rischio troppo alto per l’amministrazione repubblicana.
Per fare ciò è necessario anche il supporto delle portaerei, risorse fondamentali per rafforzare le difese in caso di ritorsioni, che però mancano nell’area. Proprio per questo, alla USS Abraham Lincoln è stato ordinato trasferirsi dal Mar Cinese Meridionale al Medio Oriente entro una settimana. Con una portaerei a supporto, Trump potrebbe quindi bombardare l’Iran avendo a disposizione una protezione significativa, riducendo di molto eventuali perdite e danni.
Nonostante gli analisti e i consiglieri del tycoon dubitino che il regime degli Ayatollah possa cadere “in un solo colpo”, il tycoon potrebbe comunque decidere di colpire facendo plausibilmente cadere Khamenei ma accettando le ritorsioni iraniane. In caso contrario però, la pressione esercitata dalla Casa Bianca rimarrebbe comunque funzionale: Teheran potrebbe decidere di trattare (come dichiarato anche dal ministro degli Esteri Araghchi) piegandosi alle richieste Usa (e facendo uscire Trump vincitore davanti all’opinione pubblica), oppure le proteste anti-regime potrebbero crescere ancora, forti del sostegno statunitense, e spingere per un cambio alla guida.






