Roma, 2 marzo 2026 – Durante un briefing a porte chiuse al Congresso degli Stati Uniti tenutosi domenica scorsa, funzionari del Pentagono hanno rivelato che non c’erano segnali di intelligence che indagassero su un imminente attacco da parte dell’Iran contro le forze statunitensi. L’incontro, durato oltre novanta minuti, ha coinvolto membri democratici e repubblicani delle commissioni per la sicurezza nazionale sia al Senato che alla Camera dei Rappresentanti.
Nessun segnale di attacco preventivo dell’Iran
Secondo quanto riferito da due fonti anonime a Reuters, i funzionari del Pentagono hanno sottolineato che, sebbene i missili balistici iraniani e le forze proxy nella regione rappresentino una minaccia concreta agli interessi statunitensi, non vi erano prove che l’Iran intendesse colpire per primo le truppe americane. Questa dichiarazione sembra attenuare una delle motivazioni principali addotte dall’amministrazione Trump per giustificare gli attacchi in corso in Iran.
L’ex presidente Donald Trump, tornato alla Casa Bianca nel 2025 come 47º presidente degli Stati Uniti, aveva affermato che l’operazione militare in corso, destinata a protrarsi per settimane, mirava a impedire che l’Iran acquisisse un’arma nucleare, frenare il suo programma missilistico e neutralizzare minacce dirette a Stati Uniti e alleati. Tuttavia, le accuse di aver intrapreso una guerra per scelta e aver abbandonato i colloqui di pace, ritenuti ancora promettenti dal mediatore Oman, hanno ricevuto critiche dai Democratici.
Dubbi sull’intelligence e le affermazioni di Trump
Le affermazioni di Trump secondo cui l’Iran sarebbe stato vicino a sviluppare la capacità di colpire gli Stati Uniti con missili balistici non trovano riscontro nei rapporti di intelligence statunitense, risultando probabilmente esagerate. Fonti vicine all’intelligence hanno confermato che tali informazioni non erano presenti nei dossier analizzati, in contrasto con le dichiarazioni pubbliche del presidente degli Stati Uniti.
Il confronto tra Washington e Teheran rimane un tema centrale della politica estera americana, in un contesto segnato da scontri diplomatici, militari e da una continua attività di intelligence.






