Teheran, 9 gennaio 2026 – L’Iran continua a essere attraversato da proteste di grande portata, che da oltre dodici giorni scuotono la capitale e numerose altre città del Paese. Le manifestazioni, iniziate con motivazioni sociali ed economiche, si sono rapidamente trasformate in un vasto movimento antigovernativo, con richieste di cambiamento radicale e la presenza di slogan contro la Repubblica islamica. Le recenti informazioni confermano un’intensificazione della repressione e delle misure di controllo, così come un ruolo sempre più marcato dell’erede della dinastia Pahlavi, che da anni si propone come simbolo dell’opposizione.
Proteste imponenti in Iran e blackout di internet su scala nazionale
Le immagini diffuse da Teheran mostrano folla di manifestanti e veicoli che suonano il clacson lungo il viale Ayatollah Kashani, un simbolo della capitale, mentre canali televisivi persiani all’estero e social network documentano proteste analoghe a Tabriz, Mashhad e altre località. I manifestanti, numerosi e determinati, gridano slogan contro il regime e invocano il ritorno di Reza Pahlavi. Secondo fonti locali, a Kermanshah, nell’Iran occidentale, due membri delle Guardie Rivoluzionarie sono stati uccisi in uno scontro con elementi separatisti, un evento che testimonia la tensione crescente.
In parallelo, l’organizzazione indipendente Netblocks ha denunciato un blackout di internet su scala nazionale, una strategia del governo per limitare la comunicazione e ostacolare la diffusione delle informazioni dal Paese. Netblocks ha definito questa interruzione come una “misura di censura digitale sempre più severa che colpisce il diritto alla comunicazione in un momento cruciale”.
Questa notte, nel corso delle proteste, i manifestanti avrebbero dato fuoco a un palazzo governativo, ma avere conferme ufficiali di ciò che accade nel Paese è diventato complicato proprio a causa del blocco di internet.
Iran. A Teheran dato alle fiamme un edificio del governo. Migliaia di manifestanti nelle strade della capitale. Cori contro il regime degli ayatollah. Momento storico. pic.twitter.com/hedh49z305
— Leonardo Panetta (@LeonardoPanetta) January 8, 2026
Il ruolo di Reza Pahlavi e la risposta internazionale
Sul fronte politico, emergono nuove dinamiche legate a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi, deposto nel 1979. L’erede della dinastia, in esilio negli Stati Uniti da decenni, ha intensificato la propria attività mediatica nelle ultime settimane, posizionandosi come possibile guida del movimento di protesta. È prevista la sua presenza a Mar-a-Lago nei prossimi giorni, dove potrebbe incontrare Donald Trump, secondo quanto annunciato da esponenti della destra americana. Questo incontro, se confermato, rappresenterebbe un segnale forte di sostegno esterno al progetto di cambiamento in Iran.
I manifestanti, nelle piazze di Urmia, Kermanshah e Teheran, hanno più volte scandito “Pahlavi sta tornando”, richiamando l’appello dello stesso Reza Pahlavi a manifestare con coraggio contro la Repubblica islamica. Intanto, dall’estero, anche il presidente Trump ha lanciato messaggi duri contro il regime, minacciando “colpi molto forti” nel caso in cui si proceda con ulteriori uccisioni di manifestanti.
La repressione e le richieste di dialogo interno
L’ong Iran Human Rights ha aggiornato il bilancio della repressione, denunciando la morte di almeno 45 manifestanti, tra cui otto minorenni, e l’arresto di oltre duemila persone. Centinaia di feriti sono stati segnalati nelle ultime settimane. Il clima di tensione è evidente anche nei messaggi delle autorità: mentre il capo dell’apparato giudiziario ha promesso “nessuna clemenza” verso i rivoltosi, il presidente del Parlamento Massud Pezeshkian ha invitato ancora una volta alla “massima moderazione”, chiedendo “dialogo” e “ascolto delle rivendicazioni del popolo”.
Proteste in Iran: le parole di Khamenei
Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran, ha rilasciato dichiarazioni forti nel corso di un discorso trasmesso dalla televisione di Stato iraniana, in riferimento alle proteste che da 12 giorni scuotono il Paese e al ruolo del presidente statunitense Donald Trump.
Nel suo intervento, Khamenei ha accusato gli iraniani che manifestano di agire per compiacere Donald Trump e ha affermato che l’ex presidente degli Stati Uniti, tornato in carica nel 2025, sarà “abbattuto” come altri tiranni storici, citando figure come il Faraone, Nimrod e gli ultimi scià di Persia. “Le mani di Trump sono sporche del sangue degli iraniani”, ha dichiarato, attribuendo a lui la responsabilità degli attacchi durante il conflitto di giugno tra Israele e Iran, noto come la “guerra dei 12 giorni”.
Khamenei ha inoltre ribadito che la Repubblica Islamica non cederà di fronte ai sabotatori, facendo riferimento agli elementi interni ed esterni che cercano di destabilizzare il Paese. Ha sottolineato che il regime è nato con il sacrificio di centinaia di migliaia di persone e che resisterà a ogni tentativo di sovvertimento.






