Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto dalla Rivoluzione islamica del 1979, ha annunciato l’intenzione di tornare in Iran per unirsi alle proteste contro il regime, in corso da giorni in diverse città del Paese. A comunicarlo è stato lo stesso Pahlavi con un messaggio pubblicato su X, rivolto direttamente ai manifestanti: “Avete ispirato l’ammirazione del mondo con il vostro coraggio e la vostra fermezza”. Nel post, l’erede al Trono del Pavone ha definito “gloriosa” la presenza dei cittadini iraniani nelle strade venerdì sera, descrivendola come “una risposta schiacciante alle minacce del leader traditore e criminale della Repubblica Islamica”.
Le proteste e la strategia della pressione in Iran
Secondo Pahlavi jr, la mobilitazione popolare avrebbe messo in difficoltà la leadership iraniana. L’ayatollah Ali Khamenei, ha scritto, avrebbe visto le immagini delle manifestazioni “dal suo nascondiglio, tremando di paura”.
Da qui l’invito a un cambio di passo: non solo proteste simboliche, ma azioni più mirate. Pahlavi ha chiesto ai lavoratori dei settori chiave dell’economia — trasporti, petrolio, gas ed energia — di avviare uno sciopero nazionale per colpire i canali finanziari della Repubblica islamica.
L’annuncio di Reza Pahlavi: “Mi preparo a tornare in patria”
Nel messaggio più atteso, Pahlavi ha annunciato la propria disponibilità a rientrare in Iran: “Mi sto preparando a tornare in patria per stare con voi, la grande nazione dell’Iran, quando la nostra rivoluzione nazionale sarà vittoriosa”. Un’affermazione carica di simbolismo, accompagnata dalla convinzione che “quel giorno sia molto vicino”.
Nonostante la visibilità crescente, Reza Pahlavi resta una figura fortemente divisiva all’interno della società iraniana. I monarchici interpretano l’ampia partecipazione alle proteste come una prova del sostegno popolare al principe. Altri osservatori, però, sottolineano l’assenza di una leadership unitaria dell’opposizione e la difficoltà di misurare quanto l’idea di un ritorno dello scià sia realmente condivisa come possibile scenario post-Repubblica islamica.
Chi è Reza Pahlavi
Primogenito di Farah Diba e di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo scià d’Iran, Reza Pahlavi è stato cresciuto fin dall’infanzia come erede al Trono del Pavone. Oggi, a 65 anni, vive in un sobborgo nei pressi di Washington DC, dove conduce una vita discreta, spesso senza scorta visibile, accanto alla moglie Yasmine. È in esilio negli Stati Uniti da oltre quattro decenni.
La lunga distanza dall’Iran reale contribuisce a rendere la sua figura controversa. Per una parte degli iraniani, in patria e nella diaspora, Pahlavi rappresenta un simbolo di unità nazionale e un’alternativa possibile al regime degli ayatollah. Questa fetta di popolazione guarda all’era Pahlavi come a un periodo di progresso e stabilità, bruscamente interrotto dalla Rivoluzione khomeinista del 1979.
Perché è inviso a molti
Al tempo stesso, il figlio dello scià è guardato con sospetto da un’ampia parte della società, in particolare dalle giovani generazioni. Pesano il suo nazionalismo, i rapporti con Israele e il timore che un suo rientro possa essere percepito come un’operazione imposta dall’esterno, funzionale alla creazione di un governo “fantoccio”. Per molti iraniani, Pahlavi resta un esule che conosce poco il Paese e che non padroneggia neppure il farsi.
La chiamata alle proteste di Reza Pahlavi dopo i raid israeliani
Dopo i raid aerei israeliani di giugno contro obiettivi iraniani, in cui sono morti diversi generali di alto rango, Pahlavi ha intensificato i tentativi di proporsi come leader dell’opposizione. Da Parigi aveva dichiarato la propria disponibilità a contribuire alla guida di un governo di transizione pacifica, in caso di crollo della Repubblica islamica.
Nelle ultime settimane, l’ex principe è tornato a farsi sentire con appelli sempre più frequenti, invitando gli iraniani a protestare in modo coordinato e annunciando nuove iniziative sulla base della risposta popolare.
La sera del 9 gennaio, un numero significativo di manifestanti ha attraversato Teheran e altre città del Paese. Secondo diversi analisti, si è trattato della più grande dimostrazione di forza dell’opposizione clericale degli ultimi anni. Le motivazioni appaiono eterogenee: dal sostegno monarchico alla necessità, per molti, di unirsi contro la Repubblica islamica indipendentemente dal progetto politico futuro.
Slogan, consenso e incognite: Reza Pahlavi tornerà davvero in Iran?
Accanto ai tradizionali slogan antiregime — “Morte al dittatore” e “Questo è un anno sanguinoso, Seyyed Ali Khamenei sarà rovesciato” — si sono sentite con maggiore insistenza anche frasi come “Questa è la battaglia finale, Pahlavi sta tornando”.
Resta però difficile capire se questi cori indichino un reale aumento del consenso verso il figlio dello scià o se siano piuttosto il frutto della disperazione e dell’assenza di alternative immediate. In Iran, molti sperano che la risposta possa arrivare, in un futuro non troppo lontano, attraverso elezioni e un referendum liberi.






