Grapevine (Texas) – Il Pentagono sta valutando l’invio di altri 10.000 soldati nel Golfo Persico, anche se il segretario di Stato Rubio sostiene che gli Stati Uniti possano raggiungere i propri obiettivi in Iran senza impiegare truppe sul terreno. Secondo le sue dichiarazioni, la guerra dovrebbe durare ancora tra due e quattro settimane. Nel frattempo, il presidente Trump ha lasciato intendere la volontà di associare il proprio nome allo stretto di Hormuz, minacciando anche di ridurre i finanziamenti alla Nato e rilanciando l’ipotesi di un nuovo intervento a Cuba.
Trump e la guerra in Iran
Le posizioni dell’amministrazione americana continuano a risultare contraddittorie, forse volutamente, contribuendo a un clima di incertezza che ha avuto ripercussioni anche sui mercati, nuovamente in calo. Il Wall Street Journal ha riportato che, oltre ai Marines già dispiegati nel Golfo e ai paracadutisti in stato di allerta, potrebbero essere inviati ulteriori 10.000 militari, per un totale di circa 17.000 pronti al combattimento. Una mossa che mira ad aumentare la pressione su Teheran e a rafforzare l’ipotesi di operazioni di terra.
Marco Rubio ha tuttavia spiegato ai partner del G7 che questi movimenti servono soprattutto a offrire al presidente Trump una gamma più ampia di opzioni, ribadendo che Washington può raggiungere i suoi obiettivi senza un intervento diretto sul terreno. Ha inoltre indicato che il conflitto si protrarrà per alcune settimane, non mesi.

L’inviato Witkoff ha dichiarato di aspettarsi un incontro con rappresentanti iraniani entro pochi giorni, al massimo la settimana successiva, per riprendere i negoziati, dopo che Trump ha prorogato di dieci giorni l’ultimatum relativo alle infrastrutture elettriche. Tuttavia, Teheran non sembra intenzionata a fare concessioni, come dimostrato dal missile lanciato contro la base Prince Sultan in Arabia Saudita, che ha causato il ferimento di dieci militari statunitensi. Parlando in Florida, Trump ha affermato che il conflitto è “quasi concluso”, pur non essendo ancora terminato.

Ribattezzare lo Stretto di Hormuz
In tono apparentemente ironico, ma con implicazioni concrete, il presidente Trump ha evocato la possibilità di ribattezzare lo stretto di Hormuz con il proprio nome. Ha poi minacciato di ridurre le spese militari per la Nato, accusata di non aver fornito sufficiente supporto, e ha avvertito che “Cuba sarà la prossima”.
Fin dall’inizio dell’intervento militare, i messaggi dell’amministrazione sono apparsi contrastanti. Al momento, la strategia sembra orientata a riaprire il negoziato mantenendo però la pressione militare e la possibilità di un’escalation, incluse operazioni terrestri, per spingere l’Iran a cedere. Parallelamente, aumentano le difficoltà sul fronte interno: i mercati sono in calo, il prezzo della benzina cresce e, anche tra i repubblicani, emergono voci favorevoli a una rapida conclusione del conflitto senza l’impiego di truppe sul terreno.





