Negli ultimi mesi, le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) hanno assunto un’intensità e una visibilità che persino molti veterani dell’agenzia faticano a riconoscere. Dalle periferie di Chicago alle strade di New York, passando per raid su larga scala e scontri con i manifestanti, l’applicazione delle leggi sull’immigrazione negli Stati Uniti è entrata in una fase nuova. Secondo John Sandweg, ex direttore ad interim dell’Ice, ciò che sta accadendo oggi non ha precedenti nella storia recente dell’agenzia.
“Non abbiamo mai visto nulla di simile”
“Non è mai avvenuto nulla del genere in passato”, afferma Sandweg, che ha lavorato per cinque anni al Dipartimento della Sicurezza Interna, di cui quattro come consulente legale, guidando l’Ice tra il 2013 e il 2014. A suo giudizio, l’attuale amministrazione Trump ha abbandonato il modello che per anni aveva guidato le operazioni: interventi mirati contro individui con precedenti penali gravi. Oggi, sostiene, “those rules are gone”, sostituite da rastrellamenti estesi e indiscriminati, pensati per massimizzare il numero degli arresti indipendentemente dal profilo delle persone fermate.
Dalle operazioni mirate ai rastrellamenti di massa
In passato, anche durante l’amministrazione Obama, le operazioni nazionali dell’Ice erano il risultato di lunghe attività di intelligence: identificazione dei soggetti, verifica degli indirizzi, costruzione di dossier e interventi selettivi.

Le azioni attuali, invece, assomigliano a veri e propri “rastrellamenti”, con agenti che fermano persone per strada, collaborano a controlli stradali o fanno irruzione in interi complessi residenziali sospettati di ospitare migranti irregolari. L’impiego di agenti dell’FBI, della Border Patrol e di altre agenzie federali a supporto di Ice, soprattutto nelle città, segna per Sandweg un punto di rottura rispetto al passato.
L’aumento della forza e le reazioni dell’opinione pubblica
L’intensificazione dei raid ha innescato una crescente ondata di proteste. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli episodi controversi: a Chicago un agente mascherato ha colpito alla testa con un proiettile al peperoncino un pastore presbiteriano in preghiera davanti a una struttura Ice; sempre in Illinois un migrante messicano è stato ucciso da un agente; a New York un ufficiale è stato sospeso dopo essere stato filmato mentre spingeva violentemente a terra una donna davanti a un tribunale per l’immigrazione. In un’operazione in stile militare nel South Side di Chicago, centinaia di residenti sono stati fermati, inclusi bambini cittadini statunitensi. Il culmine è arrivato nelle ultime settimane, con le morti di Renée Good e Alex Pretti.
L’intervento dei giudici federali
Le tensioni hanno raggiunto anche le aule dei tribunali. Dopo una causa intentata da giornalisti e manifestanti a Chicago, che denunciavano “brutalità estrema” da parte degli agenti federali, un giudice dell’Illinois ha ordinato il blocco dell’uso della forza e delle minacce di arresto nei confronti dei reporter impegnati a documentare le operazioni.
Pressioni sugli agenti e cambio di priorità
Sandweg sottolinea che la maggioranza degli agenti dell’Ice svolge il proprio lavoro con professionalità e rispetto. Tuttavia, la pressione esercitata dall’amministrazione per aumentare rapidamente il numero degli arresti avrebbe spinto l’agenzia verso tattiche più aggressive. L’obiettivo, spiega, non sembra più essere la qualità delle operazioni, ma la quantità: arrestare il maggior numero possibile di persone, comprese quelle presenti negli Stati Uniti da anni, con famiglie e figli cittadini americani.
L’immigrazione come priorità assoluta del governo
Secondo l’ex direttore, nemmeno durante il primo mandato di Trump si era assistito a una mobilitazione simile. Oggi l’immigrazione è diventata una priorità centrale non solo per Ice, ma per l’intero apparato federale, dal Dipartimento di Giustizia a quello della Difesa. Un’impostazione “whole-of-government” che ha trasformato l’enforcement migratorio in uno sforzo senza precedenti per ampiezza e rapidità.
Perché colpire lavoratori e non criminali
Le retate in luoghi come parcheggi di Home Depot o autolavaggi, osserva Sandweg, non sono una novità possibile solo oggi: qualsiasi amministrazione avrebbe potuto farle. Il motivo per cui storicamente non si facevano è semplice: lì raramente si trovano criminali pericolosi. I soggetti con gravi precedenti penali non lavorano per il salario minimo. Le operazioni mirate contro di loro richiedono tempo, risorse e indagini complesse, mentre i raid di massa garantiscono numeri elevati in poco tempo.
La politicizzazione dell’Ice
L’immigrazione è da sempre un terreno altamente politicizzato, ma secondo Sandweg l’attuale amministrazione ha scelto di “entrare” direttamente nello scontro politico, trasformando l’Ice in un simbolo del potere esecutivo. Ciò, avverte, rischia di compromettere a lungo termine la capacità dell’agenzia di svolgere il proprio lavoro in modo efficace.
L’espansione dell’Ice
Con il raddoppio previsto dell’organico dell’Ice e investimenti massicci nel reclutamento, emergono nuove criticità. Sandweg teme che, nella corsa a dispiegare rapidamente nuovi agenti, possano essere abbassati gli standard di selezione, controllo dei precedenti e addestramento.

Normalmente, un’espansione di queste dimensioni richiederebbe anni; accelerare i tempi potrebbe tradursi in problemi strutturali e operativi nel medio periodo.
L’Ice, l’uso della forza e il confine della “ragionevolezza”
Le linee guida del DHS prevedono che la forza usata dagli agenti sia “ragionevole”, ma la definizione resta ampia. Sandweg invita alla cautela nel giudicare singoli episodi, sottolineando che spesso non è noto il livello di intelligence a disposizione degli agenti dell’Ice. Tuttavia, avverte che l’impiego di equipaggiamento tattico e modalità aggressive in operazioni di routine rischia di apparire sproporzionato.
Un’escalation di violenza senza precedenti
Gli episodi di violenza non riguardano solo i civili. L’uccisione di un migrante a Chicago e l’attacco armato a una struttura ICE a Dallas segnalano, secondo Sandweg, un’escalation mai vista prima. Gli agenti, diventati il bersaglio diretto della rabbia contro le politiche dell’amministrazione, affrontano un aumento reale delle aggressioni e delle minacce. Chiaramente anche le morti a Minneapolis rientrano in questo discorso.
L’Ice come simbolo politico
La centralità dell’immigrazione nell’agenda di Trump ha trasformato l’Ice in un simbolo del potere federale. Questo spiega, secondo l’ex direttore, perché l’agenzia sia diventata un obiettivo privilegiato sia delle proteste sia degli attacchi violenti. In un clima così polarizzato, gli agenti tendono a sentirsi più vulnerabili e ad adottare atteggiamenti difensivi.
Il dibattito sulle maschere degli agenti dell’Ice
Uno dei temi più divisivi riguarda l’uso delle maschere per coprire l’identità degli agenti. “Odio che gli agenti indossino le maschere”, ammette Sandweg. Durante il suo periodo al DHS non era mai stata una necessità. Oggi, però, l’aumento di doxxing, minacce e aggressioni spinge molti agenti a proteggere se stessi e le loro famiglie. Non esiste una politica formale che imponga o vieti le maschere: si tratta di una scelta individuale, favorita dall’assenza di restrizioni.
Dieci anni di cambiamenti strutturali
Guardando all’ultimo decennio, Sandweg individua due trasformazioni chiave. La prima riguarda il confine: l’aumento degli arrivi di richiedenti asilo ha saturato per anni la capacità dell’Ice, limitandone le operazioni interne. Il recente calo degli ingressi, iniziato sotto l’amministrazione Biden, ha liberato risorse ora reindirizzate verso l’enforcement interno, proprio mentre Trump è tornato alla Casa Bianca.
Dalla logica delle priorità alla caccia generalizzata
La missione dell’Ice non è cambiata nella sostanza, spiega Sandweg, ma è cambiato il bersaglio. In passato vigeva la regola della ”lista dei peggiori”, che permetteva di concentrarsi sui criminali più pericolosi. Oggi quella gerarchia è scomparsa, sostituita da un approccio che considera chiunque sia privo di documenti un obiettivo legittimo.
Una strada difficile verso la de-escalation
Per ridurre le tensioni, secondo l’ex direttore, servirebbe una riforma complessiva dell’immigrazione e un ritorno a operazioni mirate. La realtà, però, è complessa: milioni di persone vivono negli Stati Uniti da decenni, hanno famiglie, figli e legami profondi con le comunità locali. Rimuoverle con operazioni di massa, conclude Sandweg, è destinato a rimanere “incredibilmente divisivo” e a mantenere il Paese in uno stato di conflitto permanente.
Per approfondire: Che cos’è l’Ice e cosa c’entra con Donald Trump?






